Opinioni

Autonomia, un voto storico solo a metà

Al netto delle iperboli della narrazione politica, l’analisi (e il valore) del sì dell’Assemblea regionale lombarda
Claudio Baroni

Claudio Baroni

Editorialista

Roberto Calderoli, il ministro artefice della legge sull'autonomia differenziata - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Roberto Calderoli, il ministro artefice della legge sull'autonomia differenziata - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Un voto storico o la montagna che ha partorito il topolino? Al netto delle iperboli della narrazione politica, quale valore ha il sì dell’Assemblea regionale lombarda all’Autonomia differenziata? Un’analisi serena richiede almeno due distinzioni.

La prima riguarda il contenuto della decisione, la seconda è relativa ai tempi e al percorso per giungere ad un approdo operativo concreto. L’autonomia che verrebbe assegnata alla Lombardia per ora riguarda soltanto materie per le quali non sono previsti i Lep, i cosiddetti livelli essenziali delle prestazioni. La riforma Calderoli, approvata dal Parlamento nel 2024, proprio sui Lep è stata frenata dalla Corte costituzionale, in nome dell’uguaglianza di tutti i cittadini, di ogni Regione. Siamo quindi lontani dalle previsioni iniziali della Legge Calderoli, e lontanissimi dalla Risoluzione del 2017, votata con consenso amplissimo, che prevedeva il passaggio alle Regioni dell’intero pacchetto previsto dalla riforma del Titolo V della Costituzione.

Quella Risoluzione soprattutto puntava al federalismo fiscale con la «garanzia dell’acquisizione di tutte le risorse necessarie al finanziamento integrale delle funzioni attribuite alle Regioni». Invece la condizione imprescindibile della riforma è che non comporti alcuna spesa pubblica ulteriore. Dal punto di vista dei cambiamenti concreti, dunque, l’autonomia che la Lombardia guadagnerebbe non rappresenta alcun passaggio storico. Semmai segna qualche rinuncia allo spirito iniziale del regionalismo leghista dopo il venir meno della spinta indipendentista padana. Ma va detto anche che il voto del Pirellone ha un valore politico che merita d’essere riconosciuto. Nonostante il dissenso strisciante delle altre componenti della maggioranza di destra-centro - l’autonomia non piace a Fratelli d’Italia e lascia perplessi molti di Forza Italia - la Lega, grazie in particolare al ministro Roberto Calderoli, ha insistito con tenacia sulla propria linea, portando a casa quel che poteva, e qualche volta forzando oltre il possibile le norme.

Tanto è vero che su questo tratto della strada della riforma pesano ancora i dubbi di costituzionalità: le pre-intese fra Governo e Regioni infatti sono tutte identiche e non risponderebbero al principio essenziale della legge, quello della differenza di deleghe in base alla diversità delle Regioni. Un altro elemento politico va sottolineato: l’Autonomia differenziata viene richiesta, assieme alla Lombardia, dal Piemonte, dalla Liguria e dal Veneto (il Friuli ha già lo statuto speciale), quindi dalle Regioni del Nord. La Lega che ancora si richiama a questo legame territoriale dà così un segnale forte delle sue aspirazioni. Nei giorni scorsi lo ha fatto anche sul fronte dell’industria e dell’economia, avviando un’intesa fra le aree più produttive del Paese.

Da questo punto di vista, il passaggio può davvero avere un valore storico, ma lo scriveremmo in minuscolo, perché in casa leghista prevale ancora il nazionalismo di Salvini.

Va poi analizzata la seconda distinzione, quella sui passaggi istituzionali e i tempi ad essi legati. Il voto dell’Assemblea della Lombardia è il seguito di un percorso iniziato lo scorso dicembre con la richiesta delle quattro Regioni del Nord, quindi proseguito con le pre-intese agli inizi di giugno, poi a luglio il Senato ha approvato le risoluzioni sulle pre-intese e ora deve esprimersi la Camera.

La palla passerà quindi al Governo, che dovrà predisporre gli schemi definitivi delle intese, e solo successivamente si arriverà ai disegni di legge di approvazione delle singole intese, cui seguirà il trasferimento delle competenze. Se va bene, ci sono almeno altri quattro passaggi istituzionali, e con l’aria che tira, nulla è scontato. Anche perché fin dalla sua nascita la riforma Calderoli è stata vincolata alla riforma del premierato, e ora resta ancora legata all’esito della riforma elettorale, che in Fratelli d’Italia viene vista e raccontata come un «premierato di fatto». Se si va al voto prima dell’autunno 2027, non ci sarebbero i tempi per chiudere la partita. Poi si vedrà.

In conclusione, si può comprendere la Lega che innalza uno dei suoi progetti-simbolo, si può comprende l’opposizione che sottolinea come le pretese iniziali siano state molto ridimensionate. E soprattutto, non è un voto storico, quello della Lombardia che chiede ancora una volta maggior autonomia, ma solo un passaggio, certamente importante, verso chissà quale approdo reale.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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