Opinioni

Autonomia e premierato guardando al voto

Ancora non è possibile dire se la riforma sull’autonomia delle Regioni possa essere messa tra le bandierine da sventolare in questa che il presidente Sergio Mattarella definisce «intempestiva campagna elettorale»
Claudio Baroni

Claudio Baroni

Editorialista

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Possiamo mettere l’Autonomia differenziata nel palmares, tra le bandierine da sventolare in questa che il presidente Sergio Mattarella definisce «intempestiva campagna elettorale»? Ancora non è possibile dirlo. Il cammino della riforma sull’autonomia delle Regioni, nell’impostazione originaria della maggioranza capitanata da Giorgia Meloni, doveva procedere di pari passo con il premierato: di fronte ad un maggior decisionismo centralista, la concessione di un maggior spazio di manovra territoriale. E questo, pur mutato nella forma, è ancora il progetto. Anche se la Lega è meno ostile al centralismo di quanto Fratelli d’Italia non lo sia verso il regionalismo.

Non bisognava essere profeti per prevedere che un passo ulteriore verso l’Autonomia regionale sarebbe stato fatto in contemporanea con un avanzamento della riforma della legge elettorale, che nelle intenzioni di Giorgia Meloni diventerebbe un premierato di fatto, con l’indicazione del Capo del governo già sulla scheda, sottraendola alla valutazione del Presidente della Repubblica e al consenso in Parlamento. Così è stato, con puntualità vincolante: le stesse ore che vedevano il voto alla Camera sul complesso della riforma elettorale, sempre a Montecitorio, dopo che era avvenuto al Senato, sono stati approvati gli schemi di intesa preliminare tra il Governo e le Regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, le prime a chiedere di poter usufruire della riforma.

Il passaggio ha un valore simbolico e un peso reale, anche se di strada ne resta ancora molta da fare. Il valore reale è legato alle deleghe che vengono assegnate su alcune materie specifiche. Si tratta di settori considerati strategici per le amministrazioni dei territori, tra i quali la tutela della salute e la previdenza complementare, la protezione civile e le professioni. Sono materie che non contemplano la definizione dei Lep, i livelli essenziali delle prestazioni, sui quali la Corte Costituzionale aveva puntato l’attenzione già nel 2024, bloccando l’attuazione della riforma, e per i quali si sta discutendo se a definirli basti il disegno di legge delega del Governo che è all’esame in Senato.

Le opposizioni fanno anche presente che queste pre-intese di fatto sono uguali per tutte e quattro le Regioni e questo sarebbe in contrasto con l’idea stessa dell’autonomia differenziata, che prevede appunto deleghe diverse per territori diversi. Già si scommette che su questo tema prima o poi verrà di nuovo consultata la Corte Costituzionale. Il ministro Roberto Calderoli, padre della riforma, comunque non molla la presa. Anche se la strada è ancora lunga.

Roberto Calderoli - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Roberto Calderoli - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Infatti, ora le pre-intese passano all’esame del Governo e devono essere approvate dalle singole Regioni. Poi il Governo dovrà mettere ogni pre-intesa con la singola Regione in altrettanti disegni di legge, che dovranno essere approvati, nei due rami del Parlamento, dalla maggioranza assoluta dei componenti, come previsto dalla Costituzione su questo tema. E se Camera o Senato dovessero approvare emendamenti, occorrerà ricominciare da capo, siglando una nuova intesa con la Regione interessata, prima del via libera definitivo. Se tutto filasse liscio, si calcola un periodo di almeno dieci mesi.

Il valore simbolico delle pre-intese approvate, tuttavia, è quello che oggi più conta. L’Autonomia regionale per la Lega sarebbe una bella bandiera da sventolare, nel segno dei valori fondanti e non solo sul fronte securitario, alle prossime elezioni. Ed è la ragione per la quale si cerca di anticipare i tempi per concludere il complesso iter. Secondo il ministro Calderoli sarebbe possibile nel giro di un anno e si potrebbe innalzare il gonfalone della conquista ottenuta se si votasse nel prossimo autunno, ma non a primavera, come si sta ventilando.

Secondo il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, invece, i tempi sarebbero troppo stretti per farcela. E visto lo stato delle casse, forse è un augurio più che una previsione. L’autonomia nella nuova versione non dovrebbe comportare aumenti di spesa pubblica, ma nessuno si azzarda a metterci la mano sul fuoco. Comunque se ne parlerà dopo le ferie, sempre se si riesce a trovare un’intesa sul nodo della riforma elettorale.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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