Accade in un soffio. Ti svegli in quel letto che conosce la tua impronta, bevi il caffè di sempre e varchi la soglia di casa. Cammini lungo il sentiero dell’abitudine come se il domani fosse un nastro infinito di ore a tua disposizione. Poi, un inciampo. Una gamba che decide di andare per conto suo, una parola che si impiglia tra i denti. Arriva così, con la ferocia di una scure, la Sclerosi laterale amiotrofica a progressione rapida. È tempesta dentro e fuori. L’orizzonte si restringe a un solo anno.
Se succedesse a noi? Il castello di carte dei nostri «lo farò» crollerebbe e ci accorgeremmo di aver stipato, nei cassetti della mente, stanze intere di irrisolti: torti non riparati, rabbie antiche sepolte sotto strati di lacrime seccate, perdoni stagnanti. Perché non affrontiamo, oggi, quel che davvero conta? Crediamo davvero che il nostro corpo sia eterno finché non ci smentisce?
Cristina è volata via il 28 aprile ma, quando un anno fa la Sla fulminante ha preteso un posto alla sua mensa, Cri non le ha lasciato il capotavola e ha continuato a tessere la sua trama: cinema il lunedì, meditazione il martedì, e così via. Anche quando la sedia a rotelle era diventata il suo unico modo per spostarsi, e le dita il solo ponte per comunicare scrivendo su una tavoletta o sul telefono, lei restava presente e attiva. Interessata. Sorridente.
Nei suoi occhi non c’era fiele ma serenità. Generosa e altruista, maestra di carità prima ancora che di scuola, Cri aveva la coscienza a posto. Nessun conto in sospeso. Solo respiri da onorare. Se ne è andata chiedendo che la sua bara venisse avvolta nella bandiera della pace. Niente fiori. Solo l’essenziale. La pace.
In questi giorni che separano la Pasqua dalla Pentecoste, noi che passeggiamo ancora in questo mondo, stiamo elaborando le nostre morti e rinascite presenti e passate oppure, quando inciampiamo in un ricordo che ci smuove dentro, scegliamo azioni anestetiche per non sentire, e quindi non sciogliere, quel nodo?
Risorgiamo ogni volta che trasformiamo le ferite in feritoie dalle quali filtra la luce. Possiamo anche continuare con i vecchi schemi ma, alla resa dei conti che, lo sappiamo, arriverà, nel film della nostra storia saremo stati anonime comparse prigioniere del misero copione dei facili appagamenti e non attori protagonisti che, con cuore e coscienza, hanno deciso come stare in scena fino all’ultimo secondo.
Sta di fatto che quando qualcuno muore, muore anche per ognuno di noi. L’eredità di Cristina brilla nel nostro presente mostrandoci che la vera libertà non è l'assenza di cadute, ma la dignità con la quale abitiamo il tempo che ci resta. Non solo. La sua resa consapevole nell’accettare la malattia ci insegna che i limiti si possono sublimare.
Cristina non ha atteso la fine. Cristina ha vissuto pienamente non cercando di aggiungere giorni alla vita, ma vita ai giorni. La differenza sta tutta qui: nel coraggio di sorseggiare emozioni fino all'ultimo respiro, affinché quando il corpo cede e le parole tacciono, non resti il vuoto di un’esistenza sprecata, ma la bellezza nuda di un’anima in pace. Una pace che è riverbero d’infinito e fa dell’aldilà una presenza viva già nell’aldiquà.




