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M.i.r.a. industrializza il recupero di materie prime critiche

Lo spin-off appena nato si fonda sulla sinergia tra Università di Brescia e Isinnova e punta a trasformare anni di ricerca in una nuova impresa
Barbara Fenotti
Materie prime critiche
Materie prime critiche

Tra il laboratorio e la fabbrica c’è il passaggio più difficile dell’innovazione: trasformare una ricerca già validata in una tecnologia capace di produrre, reggere i costi e trovare un mercato. «M.i.r.a.», il nuovo spin-off nato dalla collaborazione tra l’Università degli studi di Brescia e Isinnova, affronta questa sfida.

L’obiettivo è portare su scala preindustriale un processo innovativo per recuperare litio, nichel, cobalto, manganese e altre materie prime critiche contenute nelle batterie esauste e nei fanghi di depurazione, trasformando anni di ricerca in una nuova impresa ad alta tecnologia. Il progetto riunisce le competenze delle professoresse Elza Bontempi e Laura Depero, di Maria Antonietta Vincenti e Alberto Mannu con quelle del team di Isinnova.

Il progetto

«Lo spin-off nasce dal desiderio di far evolvere un progetto che ha già trovato una validazione in laboratorio – spiega l’ingegnere Cristian Fracassi, fondatore e amministratore delegato di Isinnova e socio di maggioranza di Mira –. Adesso dobbiamo compiere il passo successivo e dimostrare che il processo funziona anche su una scala preindustriale».

Mira ha quindi avviato una raccolta di capitali da circa 2 milioni di euro destinata alla progettazione e alla realizzazione di un impianto pilota che consentirà di misurare efficienza, consumi energetici, quantità trattate, purezza dei materiali recuperati e sostenibilità economica del processo. L’università mette a disposizione il patrimonio scientifico sviluppato nei progetti «Tech4Lib» e «Caramel», mentre Isinnova (che ospiterà Mira nella sua sede di via Cefalonia, in città) porta competenze di progettazione meccanica, automazione, elettronica, software e intelligenza artificiale per trasformare una procedura sperimentale in una macchina destinata al mercato.

Il programma

Nei prossimi 12-18 mesi il team lavorerà al trasferimento del know how dai laboratori agli ingegneri, allo sviluppo del prototipo e alla sua validazione sulla cosiddetta «black mass», il materiale ottenuto dal trattamento delle batterie esauste. La sfida è anche economica e industriale.

I fondatori Fracassi, Depero, Bontempi, Vincenti e Mannu
I fondatori Fracassi, Depero, Bontempi, Vincenti e Mannu

«Esistono già metodi per trattare la black mass, ma sono estremamente energivori e questo li rende poco competitivi – sottolinea Fracassi –. L’intuizione del gruppo di ricerca è stata individuare una fonte energetica capace di funzionare molto bene con consumi drasticamente inferiori». Se i risultati saranno confermati anche su scala preindustriale, le ricadute potrebbero andare ben oltre il recupero delle materie prime critiche.

«Per una volta l’Europa potrebbe non limitarsi a inseguire Stati Uniti e Cina ma diventare pioniera di una tecnologia nuova» osserva ancora Fracassi. Oggi gran parte della black mass viene trattata fuori dai confini europei e il litio non viene recuperato in modo efficiente. Riuscire a valorizzarlo direttamente sul territorio significherebbe trattenere materia, competenze e valore, rafforzare l’autonomia industriale e creare le condizioni per nuove filiere produttive. «Se avremo la materia prima disponibile in Europa – conclude –, domani potrebbero nascere anche nuove produzioni di batterie europee».

Lo spin-off «Mira» punta quindi a dimostrare che anche in Italia una ricerca può compiere il percorso più difficile: uscire dal laboratorio, diventare industria e aprire nuove prospettive di sviluppo partendo da Brescia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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