Per gli italiani la sostenibilità deve far rima con comunità

Il concetto di sostenibilità, racchiuso nel celebre acronimo Esg (Environmental, social, governance), sta attraversando una fase di profonda ridefinizione, in cui la dimensione globale deve necessariamente fare i conti con quella locale. Se è vero che nella vita è sempre una questione di reputazione, per le imprese moderne questa considerazione verso l’esterno si gioca oggi sulla capacità di tradurre principi etici universali in benefici tangibili per il territorio.
Sec Newgate
A scattare una fotografia nitida di questo cambiamento è l'ultimo report «Impact Monitor 2025» realizzato dal gruppo di comunicazione strategica Sec Newgate, che ha coinvolto oltre 20.000 persone in 20 Paesi, tra cui più di mille italiani. Ciò che emerge è un quadro in cui gli elementi di forza si affiancano a debolezze evidenti: se a livello globale il 48% della popolazione ritiene che il mondo stia procedendo nella direzione corretta sui temi della sostenibilità, in Italia questa fiducia scende drasticamente al 36%.
Tale scetticismo non nasce da un disinteresse verso i temi etici - anzi, il 53% dei nostri connazionali attribuisce un’importanza massima al comportamento responsabile delle imprese - quanto piuttosto da una richiesta di maggiore coerenza (anche e soprattutto a livello normativo europeo, leggasi revisione di alcuni punti del Green Deal) e, soprattutto, di un forte radicamento territoriale.
Sette su dieci
Per l’italiano medio, la «S» di Social non è un concetto astratto, ma si declina attraverso il lavoro, gli investimenti locali e la trasparenza. La reputazione aziendale, nel nostro Paese, fa perciò rima con locale, come dimostra anche l’operato delle imprese bresciane che da sempre si caratterizzano per coesistenza e relazione con le comunità.
E i dati sono inequivocabili: sette italiani su dieci preferirebbero che le imprese producessero (77%), assumessero (71%) e si approvvigionassero (65%) sul territorio, anche a costo di affrontare prezzi finali più elevati. È un segnale potente: il consumatore è disposto a pagare un premio per la prossimità, vedendo nella localizzazione della filiera una garanzia di qualità e di eticità. La percezione di un’azienda migliora drasticamente quando questa paga le tasse in Italia (79%), mantiene la sede principale nel Paese (79%) e crea occupazione locale (70%). Sul fronte ambientale, gli italiani si dimostrano addirittura più ambiziosi della media globale: l’82% considera fondamentale la transizione verso le energie rinnovabili, contro il 75% del resto del mondo.
Tuttavia, quando la transizione tocca direttamente il portafoglio, l’entusiasmo si mitiga: solo il 60% è disposto a privilegiare la riduzione delle emissioni se questo comporta un aumento dei prezzi.
Criticità
Il punto critico resta però la governance, intesa come trasparenza e integrità morale. Il 51% degli italiani ritiene che le grandi aziende stiano facendo troppo poco per operare secondo principi etici solidi (fatti salvi gli impegni su inclusione ed equità), un dato decisamente più alto rispetto alla media globale.
Come sottolineato da Fiorenzo Tagliabue, ceo di Sec Newgate, la sfida per i grandi player è proprio questa: armonizzare una direzione globale coerente con le aspettative specifiche dei singoli mercati. Rafforzare la fiducia oggi non significa più solo aderire a standard internazionali, ma saper parlare il linguaggio delle comunità, dimostrando con i fatti che il valore creato non evapora nei mercati finanziari, ma resta e nutre i territori in cui le aziende operano. In un’epoca di grandi incertezze, la reputazione si ricostruisce partendo dal basso, dalla trasparenza e dalla capacità di essere percepiti come vicini, affidabili e autenticamente italiani.
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