Automotive, Brescia lancia la sfida: riconquistare la leadership

Riconquistare la leadership, tra le molteplici sfide di carattere energetico, tecnologico ed ambientale. E con uno scenario geo-politico, oggi, tra i più complessi. Un’impresa per il comparto automotive, ma la resilienza delle imprese italiane, e segnatamente di quelle lombarde, mostra ancora una volta di possedere risorse che hanno quasi del miracolistico.
«Quando si è cominciato a parlare di Fit for 55, ci siamo chiesti se stesse in piedi. Il problema è che il mondo si è fermato, perché qualche rappresentante della politica ha deciso che, per estrarre un dente ad un paziente, bisognava usare un petardo» è la metafora utilizzata da Paolo Streparava, presidente Confindustria Brescia alla tappa del roadshow sui dati 2025 dell’Osservatorio sulla componentistica automotive italiana e sui servizi per la mobilità (realizzato da Anfia e Camera di commercio di Torino e Camera di Commercio di Brescia), ripercorrendo le scelte europee che, dal punto di vista degli imprenditori, non tengono conto della fattibilità tecnologica.
«La conseguenza? Un rallentamento degli investimenti senza aver ridotto significativamente l’inquinamento globale». L’Europa pesa solo per una quota limitata delle emissioni mondiali, mentre altri Paesi (India e Cina) continuano a crescere. Secondo Streparava, studi alla mano si può dimostrare come l’auto elettrica non rappresenti automaticamente una soluzione più sostenibile rispetto ai motori tradizionali.
Da qui l’appello all’Europa: «meno rigidità ideologica», più «attenzione ai costi energetici» e un «confronto reale con il mondo industriale».

Diversificare. «È il tempo – rileva Roberto Saccone, presidente Camera di commercio di Brescia – di un nuovo salto di qualità che metta in campo, da un lato, la collaborazione le tra imprese e le loro rappresentanze, con le istituzioni pubbliche in grado di influenzare il legislatore europeo e, dall'altro, una forte spinta all'innovazione».
La strada è diversificare
Tra le vie praticabili, la «multisettorialità», ossia la propensione verso settori diversificati. «Niente di nuovo – ha commentato l’assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi –; gli imprenditori l'hanno sempre fatto. Quello che non è naturale è che venga loro chiesto di farlo quando il quadro normativo che è stato concepito per un settore li limita nel protagonismo del settore a cui si sono dedicati storicamente. L'abbiamo detto fin dall'inizio: il tema non è elettrico sì o elettrico no, ma automotive sì o no. In Europa si cubano 13 milioni di posti di lavoro, che sono a rischio; si viaggia a un quarto della produttività da tre anni ormai».
Guidesi si riferisce al Cbam e al pacchetto automotive della Commissione Europea presentato come «una rivoluzione».
«Ci siamo accorti che era una presa in giro, non cambiava niente. Ora però quella modifica troverà spazio di discussione al Consiglio Europeo e lì giocheremo a carte scoperte, mettendo sul tavolo le nostre proposte. I prossimi mesi – conclude – saranno decisivi -: una battaglia che dobbiamo combattere insieme perché ne va della competitività del futuro».
I numeri del distretto in Italia e Lombardia
All’incontro, è intervenuto anche Guido Bolatto, segretario generale Camera di commercio di Torino. La panoramica sugli scenari nazionali e internazionali è stata illustrata da Miriam Sala di Anfia. A Barbara Barazza, responsabile Settore studi e statistica Camera di commercio di Torino, l’analisi dei risultati dell’Osservatorio sulla Componentistica automotive concernenti un universo di 2.134 imprese, che hanno generato un fatturato di 55,5 miliardi di euro (-6%).
Il focus sul distretto lombardo – con 576 imprese (27% del totale nazionale) si colloca al secondo posto dopo il Piemonte (33,6%) – evidenzia, per il 2024, un fatturato di 18,3 miliardi di euro, con quasi 48.000 addetti (28,5% del settore in Italia). Dopo anni di crescita, l’anno segna una contrazione dei ricavi del 5,6%, leggermente inferiore al dato nazionale (-6%). Le flessioni più rilevanti interessano modulisti e integratori di sistemi (-14,6%), subfornitori delle lavorazioni (-9,4%) e specialisti (-4,2%). Risultano in controtendenza, invece, motorsport (+4%), aftermarket (+1,2%) e, soprattutto, le attività di Engineering & Design (+8,1%).
Sul fronte dell’innovazione, cresce la quota di imprese che investono in R&S (67%) e che impiegano personale dedicato; nel 2022-2024 il 58% delle aziende ha introdotto innovazioni di prodotto e il 70,5% di processo.
Il 2026 non sarà l’anno della crescita
Se le criticità sono lunghe da elencare, non mancano le sorprese soprattutto ascoltando le storie quotidiane, le esperienze vive dei protagonisti del nostro tessuto produttivo. La prima? Le aspettative per il 2026 se non proprio rosee, sono quanto meno di una stabilità nei volumi o con qualche lieve segnale di crescita. Molte aziende stanno già reagendo alle sfide in atto attraverso strategie di adattamento e rilancio, investendo nella diversificazione produttiva, sviluppando nuove competenze e nuovi progetti.
quanto emerge nella tavola rotonda dove, fra i temi centrali, affiora la necessità di rafforzare il Made in Europe e di rivedere il quadro regolatorio comunitario, per sostenere la transizione senza penalizzare la capacità competitiva delle imprese. «Abbiamo investito molto, ma al momento non stiamo raccogliendo i frutti; anzi, abbiamo linee importanti che lavorano al 20/30% delle loro possibilità. Vero che l’elettrificazione, tra varie difficoltà, porta anche qualche aspetto positivo: noi per esempio, siamo entrati nell’ambito della meccatronica» riferisce Mario Gnutti, vicepresidente Gruppo Gnutti Carlo, 750 mln di fatturato, principali mercati in Nord America, Nord Europa e «una fettina di Asia».
Il nodo Unione Europea
Che cosa non funziona nella normativa europea? «Troppe variazioni, una certa confusione; mancanza di stabilità» taglia corto l’imprenditore. Nella fascia d’alta gamma si muove Dts Group: «L’importante è che possiamo lavorare su un piano competitivo omogeneo – osserva il ceo Marco Stella –; anche nell’Ue ci debbono essere delle regole per chi viene a giocare fuori casa. Abbiamo bisogno che l’Europa supporti la nostra manifattura, capisca che non possiamo essere spettatori, ma che dobbiamo scendere in campo, per evitare un’emorragia di competenze e capacità industriali».
Il settore dell’alluminio sta a propria volta resistendo alle tensioni in atto per rimanere competitivo, specie riguardo l’approvvigionamento della materia prima (rottame) e la crescita delle esportazioni dei Paesi extraeuropei. «Il Cbam – rimarca Roberta Niboli, ceo & general manager Raffmetal – rappresenta un’ulteriore tassazione e quindi un altro elemento di svantaggio per l’industria europea. Riteniamo vada sospeso, ridisegnato e rivisto».
Anche un’azienda locale come Ghial risente indirettamente gli effetti delle dinamiche globali. «Le ricadute si avvertono anche per il piccolo stampista o il piccolo componentista. Noi - spiega l’ad Angelo Ghidoni - siamo focalizzati ad offrire un prodotto di nicchia ad alto valore aggiunto, ma l’infrastruttura va tutelata».
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