Indagine Confapi: filiere come leva per la competitività tra imprese

In uno scacchiere internazionale ogni giorno più complesso, la logica di filiera diventa una leva strategica di competitività e resilienza per le imprese, anche di piccole e medie dimensioni. Ma servono politiche ad hoc.
A dirlo è l’indagine «La competitività delle filiere strategiche per le Pmi associate», realizzata dal Centro Studi di Confapi Brescia su un campione di 100 piccole e medie imprese del territorio.
Dati alla mano, il report evidenzia come, in un 2025 segnato da domanda debole, costi in crescita e forte incertezza macroeconomica, importanti segnali di dinamismo arrivino proprio dalle realtà inserite in percorsi di filiera.
Se, in generale, fatturato, produzione e ordinativi domestici delle realtà indagate presentano infatti saldi negativi per oltre la metà delle intervistate, costi di produzione in aumento per più del 50%, occupazione stabile e investimenti solo per un 36% del campione, le prestazioni economiche più solide arrivano proprio dalle imprese inserite in filiere o catene del valore strutturate.
Il focus
Quasi 7 imprese su 10 operano in una o più filiere, in particolare quelle strategiche per la produzione industriale bresciana. Ossia: automotive, metallurgia, siderurgia e meccanica strumentale. Nel 2025, il 12% delle imprese è entrato in nuove filiere, mentre quasi 2 su 10 stanno valutando l’ingresso nel 2026. Dal confronto tra imprese, in filiera e non, emerge un dato significativo: quelle inserite in logiche strutturate mostrano performance mediamente migliori e una maggiore propensione agli investimenti.
Circa la metà delle Pmi in filiera (48%) ha infatti realizzato nuovi investimenti nell’anno, con incrementi superiori al 10% per una su 2 che si è impegnata finanziariamente per il proprio sviluppo. Le Pmi non inserite in filiera palesano, invece, un peggioramento degli indicatori economici e una prevalenza di stabilità sugli investimenti.
Innovazione
Ma il report evidenzia anche una spaccatura sul fronte dell’innovazione, con il 63% delle imprese che non svolge attività strutturate di ricerca e sviluppo e non prevede di attivarle, mentre il restante 37% si dimostra attivo, anche se spesso attraverso attività che generano know-how non formalizzato.
Tra le Pmi innovative, il 21% ha depositato almeno un brevetto negli ultimi 5 anni, il 26% utilizza tecnologie coperte da brevetto. Infine, il 58% svolge attività di R&S senza depositare brevetti formalizzati, a testimonianza di un tessuto imprenditoriale in cui la spinta all’innovazione appare presente ma ancora non formalizzata. Sul fronte della sostenibilità, infine, se il 48% delle realtà produce documentazione strutturata (report Esg, certificazioni ambientali, bilanci di sostenibilità ecc), per molte la leva non è l’obbligo normativo, bensì la pressione competitiva della filiera: il 34%, infatti, dichiara che sono proprio le relazioni di filiera a richiedere certificazioni o documentazione Esg.
Il 58% monitora volontariamente indicatori di sostenibilità, mentre il 24% del campione sta valutando l’adozione di strumenti di rendicontazione su base volontaria. Solo il 5% è sottoposto agli obblighi della Csrd europea.
L’appello
«Le filiere rappresentano un fattore strategico di competitività, stimolano crescita, collaborazione e attenzione alla sostenibilità», commenta il leader di Confapi Brescia, Pierluigi Cordua, che affonda: «Per trasformare la resilienza in sviluppo strutturale è necessario si verifichino condizioni macroeconomiche più stabili e politiche industriali che accompagnino le Pmi nei processi di innovazione e transizione sostenibile, mettendo il rafforzamento delle filiere al centro». «Mappare in profondità le filiere – conclude – sarà vitale per le imprese, tanto per la sicurezza nell’approvvigionamento delle forniture di materie prime a monte quanto per strutturare a valle politiche di diversificazione dei mercati di sbocco».
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