Verde curato da persone fragili inserite al lavoro, fibre tessili recuperate prima di diventare rifiuto, comunità energetiche che tengono insieme ambiente e ricadute sociali, progetti per intercettare i giovani Neet. Nel mondo cooperativo bresciano la sostenibilità ha molte forme, ma una stessa matrice: generare impatto dentro la comunità.
Per Michele Pasinetti, segretario generale di Confcooperative Brescia – realtà che conta 460 associate – più che rincorrere una parola oggi molto utilizzata si tratta di riconoscere una radice antica. «La sostenibilità fa da sempre parte del dna cooperativo – osserva –. Già nei principi fondativi della cooperazione moderna, nel 1844, c’era l’idea di lavorare per uno sviluppo durevole e sostenibile».
Tre dimensioni
Oggi questa intuizione si traduce nella capacità di tenere insieme dimensione sociale, economica e ambientale. «Penso alle cooperative sociali che si occupano di manutenzione del verde inserendo al lavoro persone fragili. Lo fanno dentro una dimensione imprenditoriale, sostenibile anche economicamente. È la traduzione concreta delle tre dimensioni della sostenibilità». La sfida non è soltanto fare: è saper rendere visibile e misurabile l’impatto generato.

«Dobbiamo uscire dalla pura dimensione del fare ed entrare in una dimensione rendicontativa, attraverso bilanci di sostenibilità e dati capaci di raccontare in che modo la sostenibilità viene tradotta dalle imprese cooperative». Un passaggio culturale prima ancora che tecnico, soprattutto quando si parla di sostenibilità sociale. «Molte associate hanno un impatto elevato: servizi socioassistenziali, inserimento lavorativo, contrasto alle fragilità. Ma troppo spesso questa presenza viene raccontata come conseguenza del buon cuore. È una lettura buonista, che confonde cooperazione sociale e filantropia».
Per Pasinetti, invece, dietro l’azione delle cooperative ci sono competenze, modelli organizzativi, professionalità. «Molte imprese oggi guardano all’inclusione lavorativa, ma raramente pensano di rivolgersi alle cooperative sociali per costruire modelli concreti. Eppure la cooperazione ha maturato esperienze e strumenti che potrebbero essere messi a disposizione di altre imprese del territorio. Questa è una grande potenzialità della provincia bresciana».
Riciclo e riuso
Accanto alla dimensione sociale c’è quella ambientale. Pasinetti cita le comunità energetiche, alcune nate in forma cooperativa. Un altro fronte è quello del tessile: a Brescia è nata Retessile, rete nazionale di cooperative sociali che lavorano sul riciclo delle fibre con la regia di Confcooperative, presente anche alla scorsa edizione di Futura Expo.
«È una sfida ambientale enorme, anche alla luce dei cambiamenti normativi. E ancora una volta il riciclo si intreccia con l’inclusione lavorativa». C’è poi il dialogo con il Comune di Brescia sul polo del riuso cittadino, pensato per intercettare beni e materiali prima che diventino rifiuti, riducendo l’impatto ambientale generando nuove opportunità.
Piccole realtà
Resta, però, il nodo delle cooperative più piccole, spesso prive di strutture interne per rendicontazione, dati e formazione. La risposta, per Pasinetti, sta nell’aggregazione. «La cooperazione tra cooperative permette di condividere know how e suddividere i costi». La sfida è raccontare che dietro l’impatto generato ci sono competenze, non solo sentimenti. E che la cooperazione può diventare non solo soggetto sostenibile, ma strumento per la sostenibilità degli altri.




