L’intelligenza artificiale generativa è ora a portata di tutti e ciò le ha permesso di diventare uno strumento ormai imprescindibile, nel lavoro di certo ma non solo. Ma accanto alla sua innegabile utilità si cela un rischio, «quello di non essere noi a usarla ma di essere usati da lei per un eccesso di fiducia».
A sostenerlo è il bresciano Vincenzo «Gilles» Iodice, una vita passata nel mondo dell’informatica sia in ambito lavorativo sia per passione personale, che sommando alle sue conoscenze tecniche uno spirito critico e la volontà di condivisione, frutto anche di una lunga esperienza nell’open source, ha dato vita a DeepAIUG.

La community
«Si tratta di una community di persone appassionate di AI, di tutte le età, che si riunisce una volta a settimana – il martedì in una sala del Dipartimento di Ingegneria – per “smanettare” – spiega Iodice (è contattabile al suo indirizzo mail enzo.iodice@gmail.com o alla sua pagina LinkedIn –. Siamo dai 20 ai 40 a incontro, unendo anche chi partecipa all’hackerspace Muhack, giovani e meno giovani, con il nostro approccio che è estremamente pratico».
Proprio l’essere una community, «anche per mettere insieme quel fermento reattivo che c’è nel nostro territorio sul tema dell’AI», è il primo pilastro di DeepAIUG, nel cui nome ci sono passato, presente e futuro del gruppo: «Deep spiega la volontà di andare a fondo nelle cose, AI è ovviamente intelligenza artificiale e UG ricorda una mia esperienza di anni fa in un gruppo che lavorava con Linux (sistema operativo open source, ndr) – racconta –. Come detto l’AI, se utilizzata senza competenze e spirito critico può impoverire la capacità cognitiva: citando padre Paolo Benanti, l’uso acritico dell’intelligenza artificiale rischia di causare una "resa cognitiva"». Un problema delle persone ma anche delle aziende, «specialmente delle Pmi», al quale Iodice ha provato a ovviare tramite la community.
L’ecosistema
Ma DeepAIUG ha anche un secondo pilastro, di natura strettamente pratica e nel pieno spirito del suo fondatore. «Ho scritto un codice, un ecosistema che parte da Llm (large language model, ndr) eseguiti in locale, sul proprio computer o server, secondo un approccio privacy first he si applica anche qualora lo si voglia eseguire sul cloud: con questa modalità non si possono caricare documenti – spiega Iodice –. Sopra abbiamo poi costruito un framework, basato su Datapizza, con un’interfaccia simile a quella di un “classico” chatbot».
Come detto però il carattere accondiscendente delle AI e il rischio di resa cognitiva hanno fatto sì che venisse creato un sistema «di attrito: l’Llm ti dà la risposta ma subito sotto compaiono quattro pulsanti “socratici” che possono metterla in discussione, generando nuovi prompt in base all’andamento della conversazione». L’interfaccia però non ti obbliga ad agire, «sei tu che devi attivamente fare il passo».
C’è poi un quinto pulsante, ancora più intriso di filosofia sull’AI e di spirito critico: se schiacciato «mette invece in discussione la domanda dell’utente: e se fosse stata formulata male? Non si interroga il modello, ma chi lo sta usando. È un rallentamento intenzionale, un attrito pensato per obbligare a riflettere». Perché se è vero che l’intelligenza artificiale non è uno strumento qualsiasi, «non un martello, ma un collaboratore un cooperatore» secondo le parole del creatore di DeepAIUG, la parte razionale di noi «non deve essere mai essere delegata».
Ultimo appunto: la versione 1.15.1 del software – così come a versione 2.0, ancora in fase di affinamento – «sarà sempra aperta e scaricabile gratuitamente, nel pieno dello spirito open source».





