Dopo il Papa arriva l’Onu. Per dire, in estrema sintesi, le stesse cose. L’Intelligenza artificiale ha potenzialità incredibili, ma comporta rischi che non possono essere lasciati all’evoluzione delle cose. La sfida riguarda l’intera umanità, ma come affrontarla? Detta in maniera rozza: tutti sono d’accordo sull’analisi dell’intelligenza artificiale, ma nessuno indica come tenerla sotto controllo.
La rivoluzione digitale ha superato la fase della contrapposizione fra apocalittici ed integrati. Inutile pensare di sfuggire, di restarne fuori. Basterebbe considerare quel che accade attorno a noi, ogni giorno: tutto passa dall’infosfera.
Sia l’incessante bombardamento di Trump, che così fa e disfa a suo piacimento, sia gli ultraconservatori di Ecône, che usano il più moderno degli strumenti per comunicare al mondo i loro riti antimodernisti. Papa Prevost intercetta i ragazzi se con le mani fa six-seven su TikTok.
Al di là dei fenomeni più curiosi, nella realtà di ogni giorno stiamo affidando compiti sempre più ampi a sistemi di cui non conosciamo fino in fondo il funzionamento. Gli stessi progettisti lo ammettono: non sappiamo con precisione perché un modello arrivi ad una certa risposta, sappiamo solo che lo abbiamo programmato affinché ottimizzi il percorso per giungere ad un risultato, ad un obiettivo. Il fine giustifica i mezzi.
L’Onu agli inizi di luglio ha pubblicato L’«AI safety report», un documento tanto elaborato quanto a rischio d'essere ignorato. È il frutto di un lungo lavoro affidato ad un gruppo internazionale di esperti indipendenti, i quali si sono avvalsi del contributo dei ricercatori di molti Paesi. L’obiettivo era chiaro: come sfruttare i vantaggi dell’intelligenza artificiale e contenerne i rischi. E sui rischi tutti concordano: la concentrazione dell’AI nelle mani di pochi Paesi e di poche aziende, che a loro volta hanno in mano leve potentissime che possono essere usate in modo malevolo, può avere ricadute pesanti sulla sicurezza delle nazioni e i diritti delle persone.
🔬 Weekly Science Long Read 🌍
— UN Scientific Advisory Board (@ScienceBoard_UN) February 5, 2026
The International AI Safety Report 2026 is out! Chaired by @Yoshua_Bengio, it covers AI capabilities and risks, linking directly to @ScienceBoard_UN's #FrontierAI Verification Brief.
📌Report: https://t.co/4UxWYBJYl1
🔍Brief: https://t.co/Fsl16g5e1Z
Il documento dell’Onu stila un lungo elenco, nel quale spiccano gli attacchi alle infrastrutture critiche e alle reti energetiche, la diffusione di deepfake e una disinformazione su larga scala con effetti sulla tenuta democratica e sulla convivenza sociale, il controllo di massa, l’impatto sul lavoro e la produzione, le discriminazioni, la perdita del controllo umano sui processi fino a rendere tutto dipendente dall’intelligenza artificiale.
Ora che sappiamo quali rischi corriamo, accanto alle potenzialità del sistema, chi ci indica quali rimedi porre in campo? E come? La «Magnifica humanitas» di Leone XIV può indicare i valori di riferimento – peraltro condivisi anche da chi non appartiene alla Chiesa cattolica – ma tocca ad altri trovare le soluzioni concrete. L’«AI safety report» dell’Onu indica qualche direzione, ma fra le righe rivela anche le grandi difficoltà nel percorrerle.
The Global Dialogue on AI Governance closes today.
— UN Office for Digital and Emerging Technologies (@ODET_UN) July 7, 2026
🔹4,000+ participants, all 5 UN regions represented.
🔹AI Scientific Panel's Preliminary Report presented to Member States.
Not the end: Next Dialogue in New York, 2027.
Watch, 18:00 CET: https://t.co/cBvAtqO7qy@ITU @UNESCO pic.twitter.com/CvasTbKJkP
Com’è possibile indicare, realisticamente, l’ipotesi di un Trattato internazionale sull’AI, quando siamo scesi ai punti più bassi della parabola del diritto internazionale? Eppure non ci sono alternative, se non rassegnarsi a lasciare tutto nelle mani di chi è più potente, o prepotente. La cooperazione sarebbe il fulcro della soluzione. Certo, richiederebbe un lavoro diplomatico e politico raffinato, per unire attorno all’Unione Europea, che ha mostrato d’avere una propria impostazione umanistica sull’evoluzione digitale, l’insieme dei tanti «Paesi medi» che facendo massa critica, costringono Usa e Cina a partecipare all’intesa.
Ma se le cose vanno come sta accadendo per Crisi climatica e ambientale, non ci resta che l’ottimismo della speranza, più che della volontà, a fronte del pessimismo della ragione. Un ulteriore livello, proposto dall’Onu, riguarda una «valutazione indipendente della sicurezza dei modelli». Fare cioè come avviene per i farmaci e le cure mediche, che vengono introdotte dopo una valutazione condivisa e imparziale dei loro effetti. In sanità il meccanismo scricchiola ma per ora funziona. Questo comporterebbe altri due elementi: uno standard comune per la gestione dei rischi e una trasparenza da parte delle aziende che sviluppano intelligenza artificiale.
E su questi due versanti, il percorso appare impervio e scivoloso. Lo hanno dimostrato i fatti degli ultimi mesi. Lo scontro fra il Pentagono e Anthropic per l’uso dell’AI in azioni di guerra, ad esempio. Oppure la ferrea postura di Pechino che tutto tiene sotto controllo, usando gli strumenti per le sue politiche, incontrando spesso la compiacenza, se non la complicità, dai Signori Big-Tech. Infine, il «mantenimento del controllo umano» sui processi e le decisioni, appare l’ultima ancora di salvezza. Ma il controllo sta tecnicamente riducendosi proprio a causa della concorrenza spasmodica fra le Company. Nella corsa ad arrivare primi, non ci si preoccupa tanto di cosa possa davvero accadere dentro la Scatola nera dove operano le reti neurali che alimentano l’intelligenza artificiale.



