Garda

«Ho visto i camion scaricare sostanze e rifiuti a fari spenti»

Un testimone delle notti velenose di Calcinato: «Si infilavano nelle stradine di campagna e nelle buche sversavano di tutto»
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LE TERRE MALATE DEL BRESCIANO

Il racconto non comincia dall’attualità, bensì dal principio. Perché, in questo caso, per comprendere la brutalità della realtà bisogna surclassare la linea del tempo delle cronache. «Io quei camion li ho visti per anni. Nelle buche scaricavano di tutto: materiali edili, scarti di officine, plastica. Ma a colpirmi sono sempre stati quegli altri mezzi: nonostante fosse una pratica comune e anche sollecitata, quella di riempire lo spazio eroso nei campi per prelevare la ghiaia, c’erano dei tir e dei furgoni che si infilavano nelle stradine sterrate della nostra campagna, con fatica, tra le 2 e le 3 di notte e a fari spenti per non farsi vedere. E sversavano di tutto». Le notti velenose di Calcinato sfidavano (e sfidano ancora) il buio pesto. Per farlo, per prendersi quel terreno fertile da rovinare con sostanze tossiche, venivano persino da chilometri e chilometri di distanza. Del resto i controlli, lì, non ci sono e non ci sono mai stati.

La prima volta che ci ha fatto caso, Vincenzo aveva 14 anni. Suo padre, dna da agricoltore, andava ad irrigare i campi mentre lui rincasava dopo le prime uscite con gli amici. «Erano gli anni Settanta, questo via vai è andato avanti a lungo. Qui è pieno di buche. Chi ha dai sessant’anni in su lo ricorda bene: gli scavi che ogni tanto si scoprono, per caso, essere pericolosi sono nati allora e oggi sono lì da vedere. Noi sappiamo esattamente dove si trovano. Solo che nessuno ci ha mai voluto guardare dentro...». Il tono è pacato, ma il ritmo della voce è incalzante. Troppo importante parlarne, troppa la posta in gioco, troppe le volte in cui le aspettative si sono già frantumate contro un muro di silenzio e di indifferenza. Ma serve farlo. Per chi resta e per chi ormai non c’è più, come la figlia di Vincenzo. A portarsela via, a 28 anni, è stato un tumore. Come lei, in quella zona, a soffrire sono state tante altre giovani donne tra i 25 e i trent’anni: troppe. «Persino Ats ha notato un picco anomalo. Negli ultimi anni, invece, il cimitero si sta riempiendo di miei coetanei, quasi tutti dopo una dura lotta contro il cancro al pancreas, che intacca anche colon e fegato. Ormai per noi non c’è molto da fare, ma per chi resta sì...».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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