Economia

Perché a Brescia guadagniamo di più, ma possiamo permetterci meno

L’analisi sui dati Istat e Mef: dal 2019 al 2024 il costo delle spese essenziali – alimentari, casa e trasporti – è salito del 26%, mentre il reddito medio in sei anni è rimasto praticamente fermo
Giovanna Zenti

Giovanna Zenti

Giornalista

I redditi sono rimasti sostanzialmente fermi tra il 2019 e il 2024
I redditi sono rimasti sostanzialmente fermi tra il 2019 e il 2024

Non servono certo le tabelle Istat o i dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze per ricordarci che in questi anni abbiamo perso potere d’acquisto. Basta avere una casa, che sia di proprietà o in affitto, pagare le bollette, fare la spesa, concedersi una cena di tanto in tanto e fare il pieno dell’auto per sapere che gli stipendi non sono cresciuti di pari passo con il costo della vita.

Ma ogni tanto, per quanto spiacevole, vedere i numeri nero su bianco è utile. Soprattutto per ricordare a chi si occupa delle politiche sociali ed economiche che c’è bisogno di fare qualcosa, se non per invertire la tendenza, almeno per rallentarla.

Redditi

Partiamo da un dato che sorprende. Nel 2019 il reddito medio dei contribuenti bresciani era di 21.231 euro. Rivalutato all’inflazione, per mantenere nel 2024 lo stesso potere d’acquisto avrebbe dovuto raggiungere 24.967 euro. Il reddito medio effettivo è 24.970 euro. Tradotto: i redditi hanno sostanzialmente tenuto.

Il problema è che il costo delle spese incide di più sui bilanci familiari. Se l’indice generale Istat misura rincari nell’ordine del 15,4% nell’arco di sei anni, se ci si concentra sul paniere essenziale di alimentari, casa e trasporti, tra il 2019 e il 2024 queste voci sono aumentate di circa il 26%.

Ed è qui che si apre il paradosso. Se i redditi, in termini reali, sono rimasti sostanzialmente fermi, ma le spese essenziali sono salite di un quarto, significa che con lo stesso stipendio oggi possiamo permetterci meno di quello che potevamo comprare nel 2019. Non siamo più poveri in media, ma lo siamo sul terreno delle spese quotidiane.

Il primo dato ci dice insomma che gli stipendi non hanno perso potere d’acquisto rispetto all’inflazione generale. Vediamo ora perché però questo non basta.

L’Istat misura ogni mese la variazione dei prezzi di molte voci di consumo, che vanno dai prodotti alimentari all’abbigliamento, dai trasporti all’istruzione. Tutti i costi insomma che sostiene solitamente una qualsiasi famiglia.

Analizzando il quinquennio 2019-2024 per la provincia di Brescia, emerge una struttura dei rincari spietata.

Spesa e bollette

Mentre l’indice generale dell'inflazione è salito del 15,4%, alcune voci sono letteralmente decollate. Il capitolo «Abitazione e utenze» ha subito uno strappo violento, segnando un +31%. Il picco drammatico dei rincari del 2022-2023 sembra passato, ma la realtà è che i prezzi dell'energia non sono tornati ai livelli pre-crisi, si sono semplicemente stabilizzati su un nuovo piano molto più alto.

Non va certo meglio per il carrello della spesa. I prodotti alimentari a Brescia sono aumentati del 19,6%. Significa che oggi, per riempire lo stesso carrello che cinque anni fa ci costava 100 euro, ne servono quasi 120.

Il carrello della spesa ha avuto rincari significativi
Il carrello della spesa ha avuto rincari significativi

Scendiamo nel dettaglio dello scontrino. I dati Ecoicop per Brescia ci dicono, ad esempio, che l’olio alimentare è aumentato di oltre il 60% in cinque anni: una mazzata per uno dei pilastri della nostra dieta. Non va meglio nel reparto igiene: tra saponi, detersivi e carta igienica i prezzi sono lievitati del 25%. Anche i beni più comuni, come il latte, i formaggi o lo zucchero, hanno registrato rincari che oscillano tra il 24 e il 27%. È qui, tra gli scaffali del supermercato, che la pressione del costo della vita si trasforma in rinunce concrete.

Conseguenza diretta è che risparmiare è sempre più difficile, quando non addirittura impossibile.

Casa

Veniamo ora al capitolo più tosto, quello della casa. Se i millennial hanno potuto contare sulle proprie risorse e spesso su quelle dei boomer per garantirsi un tetto sulla testa, nella stragrande maggioranza dei casi di proprietà, difficilmente la Generazione Z e le seguenti potranno avere la stessa fortuna.

A fronte di stipendi sostanzialmente fermi, il prezzo medio di vendita delle case è salito del 20% – fonte Immobiliare.it – passando dai 1.750 euro/mq del 2019 agli oltre 2.100 euro attuali. Una crescita importante, un dato medio a livello provinciale che ovviamente si articola in maniera diversa sul territorio e su cui certamente influiscono le richieste di servizi che soprattutto dopo il Covid, con l’introduzione dello smartworking, sono significativamente cambiate.

E se comprare costa di più, affittare è quasi impossibile. L’incremento 2019-2024 è del 45%: se alla vigilia della pandemia per affittare un appartamento bastavano mediamente 7,50 euro al metro quadrato, oggi ne servono più di 11. È qui che l’illusione contabile diventa drammatica: chi non ha la fortuna di possedere una casa di proprietà vede quasi metà dello stipendio evaporare per il solo canone di locazione. 

Il contesto

Siamo di fronte a un'illusione monetaria pericolosa: leggere un numero più alto sulla busta non significa stare meglio se il costo dei beni primari corre a velocità sostenuta.

Il rischio è che il declino del potere d’acquisto diventi strutturale, senza che un piccolo bonus o un rinnovo contrattuale una tantum possano davvero dare la necessaria dose di ossigeno alle famiglie. La sfida per la politica, le parti sociali e il mondo economico si gioca qui: o crescono gli stipendi, o si mette un freno alla corsa del costo della vita.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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