Bassi salari e poca concorrenza, Boeri: «Il lavoro è sempre più povero»

Quando si parla di lavoro, soprattutto con i giovani, emerge sempre più di frequente un sentimento di insoddisfazione, che in alcuni casi si trasforma in uno stato di disagio. «Negli ultimi anni, in Italia, è cresciuto il tasso di occupazione, ma nello stesso tempo si è riscontrato un impoverimento di chi lavora» conviene Tito Boeri, l’economista (già presidente dell’Inps) ospite oggi, venerdì 13 marzo, di Cooperativa cattolico-democratica di cultura, Acli e Confcooperative Brescia (sala Bevilacqua, via Pace a Brescia, alle 18.30) per confrontarsi con la presidente delle Acli bresciane Stefania Romano e il presidente della Ccdc Maurizio Faroni su «Lavoro, mobilità sociale e crescita delle disuguaglianze».

Oggi la probabilità che un disoccupato o un giovane neolaureato trovino lavoro è cresciuta notevolmente rispetto a cinque anni fa, ma questo impiego spesso non consente loro di vivere in condizioni favorevoli. Anzi. A Brescia, gli ultimi dati resi disponibili dal Ministero delle Finanze, confermano una discrepanza tra il potere di acquisto della busta paga e i rincari registrati da beni alimentari e servizi essenziali. Per capirci meglio: a fronte un carrello della spesa salito a un valore di 2.738 euro mensili per famiglia (stima Istat 2023), il reddito medio dichiarato da un lavoratore dipendente nel medesimo periodo è di 24.825 euro, pari a 1.455 euro mensili al netto dell’Irpef. Tra il 2019 e il 2025, in buona sostanza, la capacità reale di spesa dei lavoratori italiani ha subito un calo di oltre 10 punti percentuali.
«Dall’agosto 2021, le retribuzioni in Italia non hanno tenuto il passo dell’inflazione riducendo fortemente il potere d'acquisto dei lavoratori – concorda il prof. Boeri –. Questo al contrario di quanto avvenuto nei paesi Ocse».
A questo punto cosa potrebbe fare l’Italia per invertire la tendenza?
Innanzitutto, si deve introdurre un salario minimo indicizzato ai prezzi di consumo. In quasi tutti i Paesi europei vige un salario minimo (non c’è solo in Italia) che ha appunto la funzione di proteggere i «working poor», i lavoratori che si trovano in condizioni di povertà relativa (per l’Eurostat, nel 2024 corrispondevano al 10,2% del totale occupati in Italia, ndr), in cui il salario non è più garanzia di sicurezza. In Italia abbiamo ancora diverse realtà che pagano i loro collaboratori 4 euro l’ora. Non dimentichiamocelo: sono stipendi da fame perlopiù non coperti dalla contrattazione collettiva e che spesso sono riservati a giovani, donne e immigrati.
Come si potrebbe aggiornare il salario minimo all’eventuale aumento dei prezzi?
Basterebbe introdurre, come già avviene nel Regno Unito, dei meccanismi di adeguamento periodico del salario minimo all’inflazione, incaricando una Autorità o una Commissione indipendente di proporre al Parlamento un livello iniziale adeguato.
Il salario minimo, però, non può bastare per risolvere la questione dei salari. È d’accordo?
Sì. Va anche modificato il modello di contrattazione tra imprese e lavoratori perché com’è adesso è un negoziato che avviene sempre in ritardo rispetto all’aumento dei prezzi: negli anni di grande inflazione andava fatta più contrattazione per anticipare il rincaro del costo della vita.
Tutta colpa del sindacato o delle imprese?
Le imprese hanno fatto il loro gioco e hanno preso tempo, il sindacato probabilmente non ha avuto la forza di imporsi o, forse, non ha capito che in periodi di alta inflazione i ritardi nel chiudere i contratti sono costosissimi per i lavoratori.

Lei come farebbe?
Il sindacato a mio parere non deve essere un soggetto politico, ma un agente di contrattazione. Vanno poi portate avanti con determinazione delle questioni fondamentali come appunto l’introduzione del salario minimo a salvaguardia dei lavoratori più poveri e la contrattazione decentrata a livello aziendale e territoriale. Bisogna poi battersi contro l’applicazione indiscriminata di clausole che imprigionano i lavoratori...
Cosa sono?
Sono i patti di non concorrenza, ossia quelle clausole che vietano ai lavoratori di passare in un’altra azienda attiva nel medesimo settore o di aprire una propria attività. Mi creda questo fenomeno distorsivo, che blocca la mobilità del lavoro, è molto diffuso anche in Italia non solo all’estero. Queste fatidiche clausole dovrebbero servire a proteggere l’impresa quando investe in formazione o affida ai dipendenti informazioni riservate. In pratica, però, sono usate anche per trattenere manodopera e tenere bassi i salari, soprattutto tra i lavoratori meno qualificati. Lei sa che il 9% degli operai e addetti alle mansioni elementari dichiara di avere firmato un patto di non concorrenza con il proprio datore di lavoro anche se non ha accesso ad alcun segreto industriale? Sebbene il 75% di tali clausole risulti giuridicamente non eseguibile riducono la ricerca di lavoro togliendo potere contrattuale ai lavoratori. Non possono, se ritengono di essere pagati poco, cambiare datore di lavoro.
Il lavoro povero inevitabilmente ha un forte impatto sociale, come giudica la linea intrapresa dal governo per contrastarlo?
Purtroppo, il governo Meloni ha fatto una chiara scelta di politica sociale, che di sicuro non ha dato sostegno ai working poor e tantomeno a chi è alla ricerca di un lavoro. Per esempio, l’abolizione del Reddito di cittadinanza per i «soggetti occupabili» ha colpito duramente alcune fasce vulnerabili della popolazione. È stata una grave scelta del governo, anche tenendo conto che l’Italia sta subendo un forte calo demografico. Io credo che nell’attuale fase congiunturale si manifesti in modo sempre più evidente la necessità di una riforma delle politiche sociali per garantire un adeguato supporto alle persone in condizioni di povertà e difficoltà lavorativa.
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