Economia

Un anno di dazi: l’export bresciano frena negli Usa, ma cresce nel mondo

Lo studio realizzato da Confindustria e dall’Università Cattolica evidenzia una flessione più marcata dei flussi commerciali verso gli States per i settori della metallurgia e trasporti
Il presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

L’ordine venne impartito nella notte tra il 31 luglio e l’1 agosto di un anno fa: i dazi voluti dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump entrarono in vigore pochi giorni dopo, il 7 agosto. L’immagine del tycoon americano con il cartellone delle tariffe doganali prescritte ai «Paesi fornitori» rimbalzavano su tutti i media internazionali, rappresentando una seria minaccia per l’economia globale.

Allora il Centro studi di Confindustria Brescia e OpTer dell’Univeristà Cattolica individuarono 200 imprese della nostra provincia con un fatturato complessivo di oltre 12 miliardi, stimando che quasi il 70% di loro, in modo diretto o indiretto, fosse danneggiata da questa misura restrittiva. A distanza di un anno, l’associazione di via Cefalonia e l’ateneo cittadino hanno stilato un primo bilancio dell’«effetto dazi» sulla nostra attività manifatturiera, rilevando una frenata del 5,9% dei flussi commerciali verso Usa ma contestualmente una crescita generale dell’export del made in Brescia nel mondo, pari al 2,4%.

Il bilancio

Il nostro sistema produttivo per certi versi dimostra di aver gestito bene il rischio, anche se lo scenario globale resta segnato dall’incertezza e condizionato, ogni giorno, da nuove variabili. Le flessioni più marcate dell’export bresciano verso gli Usa hanno interessato la metallurgia (-25,5%), i prodotti in metallo (-14,3%) e i mezzi di trasporto (-32,8%). Hanno invece mostrato una significativa capacità di resistenza i macchinari (+1,5%) e soprattutto il comparto dei computer, apparecchi elettronici e ottici (+32,3%). Segnali positivi arrivano inoltre, fuori dalla metalmeccanica, dall’industria alimentare e bevande (+5,8%).

Il quadro

«Il mercato statunitense è un punto di riferimento strategico per molte imprese bresciane - conviene Maria Chiara Franceschetti, vicepresidente di Confindustria Brescia con delega all’Internazionalizzazione -. Il dato che emerge è delicato, ma non allarmante: il calo dell’export verso gli Usa si inserisce in un contesto in cui le vendite all’estero della nostra provincia continuano a crescere e in cui Brescia si muove in linea con le altre grandi province manifatturiere italiane».

In effetti, l’andamento della provincia di Brescia appare in linea con quello degli altri principali territori a vocazione metalmeccanica: su tutte Modena (-9,0%), Vicenza (-9,6%) e Torino (-13,2%); in ogni caso, tra le prime quindici realtà per export negli Usa, solo tre registrano segno positivo: Firenze, Frosinone e L’Aquila (tutte legate al settore farmaceutico).

A tal proposito, il rapporto di Confindustria evidenzia come la situazione bresciana si inserisca in un quadro nazionale nel quale la crescita dell’export italiano verso gli Stati Uniti (+5,1%) sia stata sostenuta esclusivamente dall’eccezionale performance del comparto farmaceutico e da quello della componentistica navale. Al netto di questi due settori, infatti, anche l’export tricolore verso il mercato americano risulterebbe in diminuzione (-7,3%). «La flessione registrata nell’ultimo anno va letta all’interno di un contesto internazionale diventato più complesso rispetto a un anno fa, e i numeri confermano che le misure protezionistiche stanno producendo effetti sugli scambi commerciali - aggiunge Franceschetti -. Brescia non è immune a queste dinamiche, ma le nostre imprese continuano a dimostrare una forte capacità competitiva, confermandosi tra le realtà manifatturiere più solide e competitive del Paese».

Le proiezioni

Parole a cui fanno eco quelle della prof.ssa Daniela Bragoli dell’Università Cattolica: «L’economia degli Stati Uniti continua a crescere, ma presenta elementi di fragilità e il reshoring resta un obiettivo più difficile di quanto suggerisca la retorica protezionistica».

I dazi hanno rafforzato gli incentivi a riportare alcune produzioni negli Stati Uniti, ma non vi sono ancora prove di un reshoring ampio e generalizzato, ovvero di un rientro nel Paese d’origine di attività produttive precedentemente delocalizzate all’estero. «Produrre negli Usa richiede investimenti elevati, filiere affidabili e, soprattutto, manodopera tecnica qualificata - puntualizza la docente di Economia Politica -. Questo rappresenta un ostacolo anche per le imprese italiane che intendono aprire uno stabilimento negli Stati Uniti. Qui le aziende incontrano difficoltà sia nel reperire tecnici e operai specializzati, sia nel trattenerli, anche per la minore attrattività del lavoro manifatturiero tra le nuove generazioni e per l’elevata mobilità che caratterizza il mercato del lavoro americano».

L’incertezza e le difficoltà, insomma, rimangono. «Il nostro compito è continuare a sostenere le imprese nei percorsi di crescita verso l’estero - chiude l’imprenditrice -, favorendo l’accesso a nuovi mercati e rafforzando la loro capacità di competere attraverso qualità, innovazione, competenze e relazioni di lungo periodo».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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