Materie prime, gli effetti del protezionismo Usa si vedranno dal 2026

All’inizio del 2025 c’era molta preoccupazione per le barriere commerciali statunitensi: gli organismi internazionali paventavano infatti una frenata dell’economia provocata dall’incertezza indotta dai dazi americani.
Durante l’anno, tuttavia, gli scenari più cupi si sono schiariti grazie ad alcuni sviluppi favorevoli. In primo luogo, il governo Usa ha ammorbidito le politiche tariffarie attraverso accordi diretti con i singoli Paesi, che hanno contribuito quantomeno a mitigare i danni. Molto importante è stata anche la rapidità con la quale le aziende di tutto il mondo sono riuscite a riorganizzare le proprie catene di fornitura.
Si è rivelato infine decisivo l’atteggiamento dei più importanti partner commerciali, che si sono astenuti da ritorsioni, mantenendo fluido l’interscambio globale. Peraltro, anche se attualmente i costi dei trasporti marittimi tra Asia ed Europa si sono ridimensionati, le tensioni mediorientali prospettano tempi incerti sul ritorno alla piena normalità del commercio mondiale.
Materie prime
La produzione industriale mondiale, tradizionale propulsore della domanda di materie prime, archivia l’anno con il segno più rispetto al 2024. Si tratta però di un dato dopato: la crescita si deve alla corsa agli approvvigionamenti anticipati delle aziende Usa nei primi mesi dell’anno. Il vero banco di prova sarà proprio il 2026, quando il protezionismo americano presenterà il conto, innescando una probabile frenata della manifattura globale.
L’attuale stasi della domanda sembra quindi destinata a durare, condizionando i prezzi delle commodity: eventuali rincari non indicheranno mercati in salute, ma solo timori legati alla scarsità di offerta. Per un’inversione di tendenza bisognerà dunque attendere il 2027.
Metalli preziosi
Attualmente sono i metalli preziosi a primeggiare: l’oro vola su livelli mai visti, spinto dalla diversificazione dal dollaro e dalla ricerca di approdi sicuri, mentre siglano record storici anche l’argento e il platino, protagonisti di rally straordinari. Tra i metalli industriali il rame archivia il suo picco assoluto, seguito da stagno e alluminio, le cui scorte in calo confermano la richiesta in aumento. Al contrario, se piombo e zinco si mantengono stazionari, il nichel affonda zavorrato dall’eccesso di offerta. Completa il quadro il pacchetto di misure a tutela della siderurgia europea in crisi disposto dalla Ue per contrastare gli effetti dell’iperproduzione cinese di acciaio a basso costo e dell’afflusso incontrollato di semilavorati esteri.
Mercati finanziari
A guidare le borse nel 2025 sono state soprattutto dinamiche finanziarie. Wall Street ha polverizzato record sospinta da una combinazione di fattori: l’attesa di manovre espansive della Fed, la solidità degli utili societari e la febbre per l’intelligenza artificiale, che ha intercettato e orientato enormi capitali verso i campioni delle infrastrutture digitali.
Anche l’Europa ha vissuto un’annata brillante: sui listini svetta Piazza Affari sull’onda del boom del comparto bancario. Se sul fronte monetario i tassi della Bce appaiono ben calibrati grazie a un’inflazione sotto controllo, a preoccupare Bruxelles e i governi è la crescita «anemica» del Vecchio Continente. Inquietano le prospettive industriali dell’Italia: oltre alla zavorra dei costi energetici e all’esaurimento dei fondi del Pnrr, il Centro Studi di Confindustria, segnala come il mix tra protezionismo americano e dollaro debole soffochi le nostre esportazioni, rendendo il prossimo futuro piuttosto incerto.
A meno che il tanto atteso «appeseament» russo-ucraino riporti fiducia con la caduta dei prezzi di gas e petrolio, con conseguenti riduzioni dell’inflazione e dei tassi d’interesse, ma anche in virtù degli investimenti necessari alla ricostruzione e all’attenuazione delle tensioni geopolitiche.
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