I dati sono estremamente pesanti, nel senso più fisico e letterale del termine. Dietro a un output, sia esso una risposta di un’agente AI o un salvataggio su un cloud, ci sono infatti calcoli e operazioni. E questi sono fatti di cemento, acciaio, acqua, energia. Tutto però ci sembra leggero. Qualche dato per confutare questa affermazione.
Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) nel 2024 i data center hanno consumato l’1,45% dell’elettricità mondiale, consumo che entro il 2030 potrebbe essere raddoppiato spinto in primis dall’intelligenza artificiale. Ma, come detto, la rivoluzione digitale non vive fuori dal mondo fisico, poiché ogni centro di calcolo richiede spazio, potenza, raffreddamento e connessioni. Dove quindi mettere tutta questa pesantezza? La Lombardia in questo senso ha per prima in Italia provato a rispondere, con una legge regionale pensata appositamente per regolamentare i data center.
La proposta
Per sommi capi il «progetto di legge n. 123» dà priorità, attraverso innanzitutto meccanismi premiali e di incentivazione, alla creazione di infrastrutture in aree dismesse quali ex fabbriche, siti degradati o cave abbandonate.
Il secondo focus della normativa, che deve ancora super l’iter in Aula regionale e richiede un contributo attivo dei Comuni, è ovviamente sul fronte energetico. In breve un data center divora elettricità, consuma acqua per il raffreddamento e produce calore. Oltre a puntare su fonti energetiche pulite – non verrà aperto in questa sede il discorso sulla possibilità nucleare – si mira recuperare il calore di scarto dei server per collegarsi alle reti di teleriscaldamento.
Brescia parte in pole, viste le esperienze positive portate avanti in città sia con le acciaierie sia proprio sul fronte data center. C’è infine un capitolo sul fronte dell’acqua, dove vengono indicate come prioritarie le soluzioni basate sul riciclo delle acque grigie o su tecniche alternative a impatto zero.
Non si pretende che queste siano le uniche, o le migliori, soluzioni possibili. Lodevole però è il tentativo di governare un processo. E di farlo nell’alveo della democrazia e del rispetto comune delle regole. In pieno stile europeo.




