Economia

Giraudo: «Il futuro dell’oro nero guidato dalla politica»

L’analisi sul mercato del petrolio da parte del docente ed economista
L'economista Alessandro Giraudo - Foto New Reporter Comincini © www.giornaledibrescia.it
L'economista Alessandro Giraudo - Foto New Reporter Comincini © www.giornaledibrescia.it

Alessandro Giraudo, economista ed esperto di mercati energetici, docente all’Inseec di Parigi, autore di diversi libri sulle materie prime, nel 2023 alla Sala Libretti del Giornale di Brescia, presentando il libro «Quando il ferro costava più dell’oro», aveva già previsto un mercato del petrolio sempre più guidato dalla geopolitica, con il 2027 come anno spartiacque. Guardando ai recenti fatti di cronaca, i tempi sono già maturi perché quelle previsioni possano essere configurate come realtà.

Professore, nelle ultime settimane il mercato petrolifero è apparso molto instabile. Quali sono i fattori principali che stanno influenzando questa fase?

«In questo momento osserviamo due fenomeni centrali. Da un lato c’è il Venezuela: gli Usa hanno di fatto rimesso mano sul petrolio venezuelano e questo ha riacceso l’idea di un possibile aumento della produzione, che oggi è intorno a un milione di barili al giorno a fronte di una capacità teorica di tre milioni. Dall’altro lato circola l’ipotesi di una normalizzazione del petrolio iraniano, con una possibile riduzione o rimozione dell’embargo. Queste due aspettative hanno spinto i mercati a scontare un aumento futuro dell’offerta, contribuendo a una fase di ribasso dei prezzi».

Eppure questo aumento dell’offerta non sembra così scontato. Quali elementi frenano il mercato?

«Ci sono diversi fattori. Il petrolio venezuelano ha costi di estrazione molto elevati, intorno ai 65 dollari al barile, perché è un petrolio pesante, estratto da sabbie bituminose e con un alto contenuto di zolfo, che richiede ulteriori lavorazioni. Con prezzi tra i 60 e i 65 dollari, molte imprese americane non hanno forti incentivi a investire. Inoltre, una parte rilevante della produzione russa viene venduta a sconto a Cina e India. Questo riduce la domanda di questi Paesi sul mercato internazionale e crea un surplus globale: oggi l’offerta supera la domanda di circa due milioni di barili al giorno».

Quanto pesa la geopolitica e che ruolo ha la Cina in questo scenario?

«La geopolitica oggi pesa più dell’economia. Siamo di fronte a una triangolazione che coinvolge Venezuela, Iran e Russia, alla quale si aggiungono Stati Uniti e Cina. Quest’ultima è un attore chiave: produce circa 4,5 milioni di barili al giorno ma ne consuma quasi 16, quindi dipende fortemente dalle importazioni. Negli ultimi mesi Pechino ha aumentato sensibilmente gli acquisti, probabilmente per stoccaggio strategico e per cautelarsi rispetto a possibili tensioni internazionali. Questo dimostra che, nonostante la crescita delle energie rinnovabili, la dipendenza dal petrolio resta ancora un elemento centrale degli equilibri globali».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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