«La Bassa sta cambiando colore: il verde del mais, che rimane la coltura regina, comincia a perdere i colpi in favore del rosso pomodoro». Parola di Simona Bondafelli ed Enrico Perlotti, agronomi della Copag.
Con sede a Ghedi, la cooperativa conta 700 soci, a cui offre un pacchetto completo: sementi, fertilizzanti, assistenza tecnica, ritiro ed essicazione cereali. Ha competenza su 15.000 ettari di terra, perlopiù nella Bassa. Dunque, buona parte del grano tenero, del grano duro, della colza, del mais e della soia coltivati nella pianura passano da lì. Bonfadelli e Perlotti, insomma, sono più che titolati a raccontare l’evoluzione della nostra agricoltura.
Le circostanze
«Ci sono 1.000 ettari di pomodori – assicurano –: 3.000 piò bresciani. I motivi del graduale passaggio dal mais ai pomodori sono due. Il primo è di natura economica: il pomodoro rende di più. Così, fermo restando che in primis seminano erba e cereali per i loro animali, se hanno un po’ di terra libera gli agricoltori piantano pomodori. A maggior ragione quelli che non hanno animali».
Questione di resa, dunque. Lo conferma Giuseppe Borzi, uno dei primi agricoltori della Bassa a sperimentare questa coltura: «Il mais era poco redditizio - dice -. Se volevi far quadrare i bilanci bisognava provare nuove strade. Così sul finire del secolo scorso ho iniziato prima con le patate, poi con i pomodori. Per essere autosufficiente ho comperato le macchine necessarie». Funziona? «Ci sono anni belli e altri meno – ammette l’agricoltore –. Coltivare pomodori ha costi alti: ci sono più margini, ma anche più rischi… Diciamo che se fai le cose per bene hai più possibilità che le cose vadano bene».
La seconda ragione del passaggio a questo prodotto è più tecnica: storicamente al Nord ci sono terre vocate al pomodoro da trasformare in passate. Le campagne piacentina e mantovana, ad esempio, e poi Piemonte, Veneto ed Emilia. «Continuando a coltivare pomodoro la terra si inaridisce – spiegano i due agronomi –. Alla ricerca di nuovi spazi, le principali industrie di trasformazione italiane hanno guardato a Brescia. Siccome il prodotto rende, i nostri agricoltori si sono fatti convincere facilmente: coltivano pomodori per queste industrie, che ovviamente seguono il ciclo produttivo e decidono quando iniziare la raccolta».
«Si fa un contratto di massima ad inizio stagione – aggiungono Bonfadelli e Perlotti –, che prevede un tot al quintale. Cifra che va confermata (o no) alla raccolta, in considerazione delle caratteristiche del prodotto, soprattutto del Brix, che misura la quantità di zuccheri e solidi solubili disciolti nel succo». Cioè: un valore più alto del Brix indica un pomodoro più dolce, denso e ricco di sapore, che vale di più. Un valore basso rivela una maggiore presenza di acqua, quindi un prodotto scadente, pagato meno.
Gli agricoltori «devono rispettare un rigido disciplinare, che prevede regole di concimazione e apporto idrico, limiti sui principi attivi ammessi per la difesa fitosanitaria ed altro ancora». Anche perché, chiosa Borzi: «non vogliono il transgenico». Spazio alla Bassa, dunque. Che non ha il Pachino siciliano o il San Marzano campano. Ma, per una passata coi fiocchi, il nostro pomodoro tondo gli altri se lo sognano. Anche perché, col caldo che fa, la Bassa è diventata «o paese d’‘o sole».



