Opinioni

L’agronomia, la sperimentazione e l’enigma delle colture in quota

Per il Franciacorta, e non solo, i cambiamenti climatici e le nuove tendenze rappresentano una sfida decisiva per restare al passo con i tempi
Rosario Rampulla

Rosario Rampulla

Vicecaporedattore

La viticoltura deve entrare in una nuova dimensione e diventare più mirata - © www.giornaledibrescia.it
La viticoltura deve entrare in una nuova dimensione e diventare più mirata - © www.giornaledibrescia.it

Dall’enologo all’agronomo. Sembra facile, vero? Il mondo del vino – volente o nolente – è pronto a iniziare una nuova fase, più per costrizione che per reale vocazione. Ma, tra clima fuori controllo, estati torride e altri disastri potenziali o reali, anche la vendemmia deve cominciare a cambiare prospettiva. Dato per assodato che l’anticipo delle operazioni sia inevitabile (ma non pensiate che dipenda dal caldo di questi mesi, perché è da febbraio che quest’annata ha cominciato a rivelarsi in tutta la sua complessità), la vendemmia deve prendere confidenza con il termine «resettare».

Ogni anno farà storia a sé. È dai primi germogli che si potrà capire come e dove intervenire, un’analisi accurata che nella raccolta delle uve vedrà – semplicemente – il proprio momento clou. È oramai il tempo della viticoltura «mirata», unica strada per mettere le briglie ad un meteo impazzito.

Nuove frontiere

E a questo proposito risultano interessanti gli esperimenti fatti proprio nelle terre di Castello Bonomi, che sta testando l’utilizzo di un batterio che viene dall’Africa per rendere le barbatelle meno suscettibili agli stress idrici e, in generale, più resistenti al caldo. Fantaviticoltura? No, meglio parlare di prove tecniche di sopravvivenza vitivinicola. Il tutto inserito nell’alveo delle politiche degli innesti e dei blend, come – ad esempio – testimoniato da utilizzo di erbamat più mirato e fruibile.

Ampliando poi lo sguardo su tutto il mondo delle bollicine, all’orizzonte si profilano nuovi potenziali concorrenti. Hanno l’accento britannico e, da pochissimo, anche svedese. Sarà l’alta quota la panacea di tutti i vini mossi? Nel Bresciano un possibile sbocco potrebbe essere la Valcamonica, ma solo ad una quota piuttosto elevata. Il che trasformerebbe la coltivazione dell’uva in «agricoltura eroica», con costi alla bottiglia forse troppo elevati.

Dal Consorzio Franciacorta sollevano dubbi su questa ipotesi delle viticoltura in vetta, e schierano le truppe dietro il vessillo «dell’identità del territorio», che si fa usbergo di una crescente credibilità internazionale e di un «disciplinare di grande rigore». Tutte cose vere, nessun dubbio, ma il termometro continua a salire e la stagioni in perdita si susseguono. Paura del Nord Europa? Magari meglio averne un po’, giusto per restare tranquilli.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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