Pazienza: lo diciamo quando piove proprio il giorno della gita. Quando abbiamo perso la metro e ci tocca aspettare quella dopo. Quando qualcosa non è andato come volevamo e ormai non possiamo farci niente: pazienza. Spesso accompagnata da un’alzata di spalle. Come a dire: è andata così. Pace. Amen.
È curioso che una parola tanto importante sia finita quasi per diventare il nome gentile della rassegnazione. Perché la pazienza, a guardarla bene, non è affatto stare fermi. Viene dal latino patientia, da pati: patire, sopportare. La stessa radice di paziente, che non è soltanto chi aspetta il proprio turno in una sala d’attesa. È anche chi attraversa un tempo che non ha scelto e che non può accelerare.
E qui cominciano i guai. Perché noi, ad aspettare, non siamo poi tanto bravi. Un clic e compriamo. Un clic e sappiamo. Se una pagina ci mette qualche secondo ad aprirsi ci innervosiamo. Se qualcuno visualizza un messaggio e non risponde, peggio ancora. Abbiamo fatto di tutto per eliminare le attese. Ed è stato, in gran parte, un progresso. Solo che insieme ai tempi morti abbiamo cominciato a guardare con sospetto anche quelli necessari.
Eppure non è tutto un ritardo. A volte siamo noi che abbiamo deciso un orario impossibile per il mondo. Alcune cose continuano ostinatamente ad avere bisogno del loro tempo. Un seme, per esempio. Ma anche una fiducia da costruire o ricostruire. Un figlio che deve trovare la propria strada. Una guarigione. Un dolore che deve diventare sopportabile. Un amore che nasce. O uno che finisce.
Non c’è fibra veloce che tenga. Ci sono tempi che, se proviamo ad accorciarli, rischiamo di rovinare. Forse allora la pazienza non è semplicemente aspettare: è stare dentro l’attesa. Perché si può aspettare scalpitando, contando i giorni, pensando che la vita vera comincerà dopo: quando avremo risolto quella cosa, preso quella decisione, superato quel dolore.
Ma intanto? Intanto è vita anche quella che viviamo nel presente. Non sempre una vita facile, né quella che avremmo scelto. Ci sono attese che non si misurano con l’orologio, ma con le domande. Una risposta che tarda. Un esame da affrontare. Una cura che deve fare il suo corso. Giorni nei quali vorremmo poter girare qualche pagina del calendario e scoprire come va a finire.
E invece bisogna starci dentro. Senza sapere. Senza poter accelerare. Magari imparando qualcosa che la fretta non ci avrebbe mai insegnato: lasciarsi aiutare, per esempio. Che richiede una pazienza particolare, soprattutto a chi è sempre stato abituato a fare da sé.
Ma attenzione a non confondere la pazienza con il silenzio obbligato. C’è anche una pazienza che diventa alibi, che ci fa sopportare troppo, rimandare una decisione, restare dove non dovremmo più stare. Una pazienza chiesta sempre agli stessi, magari da chi non ne esercita mai un grammo. «Porta pazienza», ci hanno insegnato. Sì. Ma fino a quando? Non tutto va sopportato. E ci vuole pazienza anche per capire quando la pazienza deve finire. Per distinguere ciò che ha bisogno di maturare da ciò che continua soltanto a consumarci.
Né vuol dire per forza: non posso farci niente. Può voler dire che non tutto dipende da me. E soprattutto che non tutto deve accadere adesso. C’è un tempo per agire e uno per lasciare che le cose facciano il loro corso. Riconoscere la differenza non è semplice. Qualche volta richiede più coraggio aspettare che intervenire. E altre volte è vero esattamente il contrario. Arrivare prima non significa sempre arrivare meglio. Pazienza. Sembra rassegnazione, invece a ben vedere è abitare il tempo. E a volte prendere tempo è il solo modo per non perdere ciò che conta davvero.




