Chissà: una parola sola. Eppure, a guardarla bene, dentro ce ne sono due: chi sa? Una domanda che il tempo e l’uso hanno stretto fino a farla diventare una parola sola: chissà. La diciamo davanti a ciò che non conosciamo. Chissà se verrà, cosa penserà, come andrà...Chissà dove saremo fra un anno. Chissà come saremo, tra un anno. E quasi sempre riguarda qualcosa che ancora non c’è: il futuro. Forse è per questo che è una parola più interessante di quanto appaia a prima vista: viviamo in un tempo che non ama molto i chissà. Vogliamo sapere. Possibilmente prima.
Previsioni del tempo a quindici giorni, sondaggi prima delle elezioni, recensioni prima di scegliere un ristorante. Mappe per sapere quanto impiegheremo ad arrivare. Algoritmi che provano a indovinare cosa compreremo, cosa guarderemo, persino chi potrebbe piacerci e le sembianze dell’anima gemella. Abbiamo imparato a prevedere, moltissimo. Ed è una fortuna. La medicina anticipa il rischio, la tecnologia calcola scenari, i dati ci aiutano a decidere meglio.
Poi però arriva la vita. E una parte continua ostinatamente a sfuggire alle previsioni. Proprio perché è vita. Chissà. Ci sono domande alle quali possiamo rispondere con i numeri. Per altre bisogna aspettare: chissà se sarò capace. Se cambierò idea. Se quella persona tornerà. Se avrò il coraggio. E chissà se quello che oggi sembra una fine, domani lo chiamerò inizio.
Non sapere, ci inquieta. Forse perché sapere ci dà l’illusione del controllo. E allora riempiamo l’incertezza di programmi, previsioni, ipotesi. Cerchiamo rassicurazioni anche quando nessuno può davvero darcele. Ma c’è da chiedersi: se conoscessimo in anticipo tutto ciò che ci accadrà, sarebbe davvero una fortuna? Sapere prima le gioie e le perdite, gli incontri e gli addii. Conoscere già le scelte giuste e quelle sbagliate. Saremmo più sicuri, probabilmente.
Ma sai che noia. Ci perdiamo la sorpresa, l’attesa, l’impegno e forse persino un po’ di speranza. E il coraggio avrebbe meno senso: ci serve come il pane proprio quando non sappiamo come andrà a finire. Chissà, allora, non è soltanto la parola del dubbio.
È anche una possibilità. Tra «non succederà» e «chissà» passa una differenza enorme: la prima frase chiude; la seconda lascia una porta socchiusa. E da lì può entrare quello che non avevamo previsto: un incontro, un’occasione, un cambiamento, una terza via mai contemplata prima. Forse anche una nuova possibilità. Chissà... A guardar bene, finché non sappiamo come andrà, siamo certi che può sempre andare anche diversamente. Qualunque cosa accada.




