Sta nella cassetta degli attrezzi del falegname: uno strumento semplice. Una fiala, un po’ di liquido e una piccola bolla d’aria che non sa niente del mondo. Eppure sa fare una cosa benissimo: dire se siamo in piano. E se non lo siamo, lì ci sa riportare. Arte di bottega: il falegname la appoggia sul legno, guarda dove si sposta la bolla e corregge. Un colpo di pialla qui. Una limata là. Controlla di nuovo. Finché ciò che pende da una parte o dall’altra ritrova l’equilibrio. Una specie di Geppetto.
Solo che invece di costruire Pinocchio potremmo immaginarlo alle prese con noi. Con le nostre differenze, le nostre presunte superiorità, le distanze che abbiamo costruito e poi finito per considerare naturali. Brutti e belli. Bassi e alti. Poveri e ricchi. Deboli e forti. Ultimi e primi. Bianchi, gialli, neri e rossi. Appoggiare la livella. La bolla si muove. Ancora un po’. Ecco. Pari. Dev’essere stato qualcosa del genere il gesto poetico di Totò quando nel 1964 scrisse ’A livella. Siamo al cimitero, nel tempo del 2 novembre. Un uomo rimane chiuso dentro dopo essere andato a trovare la zia morta e assiste a una scena surreale. Due ombre discutono. Una è quella di un marchese, sepolto in un monumento sontuoso. L’altra è Gennaro il netturbino, sistemato lì accanto sotto una piccola croce. Il marchese è indignato. Lui, nobile, accanto a uno spazzino. È morto, ma non abbastanza da essersi liberato del rango.
E questa è forse la trovata più feroce di Totò: ci portiamo dietro le nostre gerarchie persino quando non servono più a niente. Gennaro inizialmente incassa. Poi gli ricorda l’essenziale. La morte è una livella. Davanti a lei non c’è titolo che tenga. Il marmo della tomba può essere diverso, i fiori possono essere tanti o nessuno, il nome preceduto da un titolo o dimenticato. Ma sotto, finalmente, siamo sullo stesso piano. È una delle immagini più semplici e potenti che abbiamo inventato per raccontare la morte.
Eppure qualcosa non torna. Perché dovremmo aspettare di morire per scoprirci uguali? Forse il punto è proprio questo. La livella non cancella le differenze. Le mette sullo stesso piano. Non siamo uguali perché siamo identici. Non lo siamo affatto. Siamo brutti e belli, bassi e alti, poveri e ricchi. Sani e malati. Fragili e forti. Sfortunati e fortunati. Bianchi, gialli, neri e rossi. Abbiamo storie, possibilità, talenti, corpi, fortune diversissimi. La livella non pretende di cancellarli. Dice un’altra cosa. Nessuna di queste differenze stabilisce quanto vale una vita. Sembra ovvio. Talmente ovvio che abbiamo impiegato millenni a non riuscire a metterlo in pratica. Continuiamo a costruire gradini. Chi sta sopra e chi sta sotto. Chi entra dalla porta principale e chi da quella di servizio. Chi parla e chi deve ascoltare. Chi viene chiamato per nome e chi per funzione. Chi può permettersi di aspettare e chi deve aspettare perché non ha scelta. Chi viene visto e chi attraversa le nostre giornate diventando quasi trasparente.
Poi arriva il 2 novembre. Entriamo nei cimiteri, portiamo un fiore, puliamo una fotografia, leggiamo nomi e date. E lì accade qualcosa di strano. Le categorie si confondono. Davanti a una tomba non chiediamo quanto guadagnasse quella persona. Se fosse importante. Che automobile guidasse. Quanti seguaci avesse. Se avesse studiato oppure no. Ci importa che sia stata. Che abbia amato qualcuno. Che qualcuno l’abbia amata. Che abbia lasciato un vuoto. La morte compie in un istante il lavoro che noi, da vivi, continuiamo a rimandare. Livella. Ma attenzione.
Livellare può suonare male. Fa pensare ad abbassare, togliere, rendere tutto uniforme. Eppure la livella non dice che dobbiamo diventare tutti uguali. Anzi. Dice che va cercato un nuovo equilibrio. Una sorta di bilanciamento. Forse è questo il movimento più interessante: la livella non abbassa soltanto il marchese. Restituisce a Gennaro la sua altezza. E allora viene voglia di rubare per un momento lo strumento a Geppetto e portarlo fuori dalla bottega. Appoggiarlo sul tavolo di una riunione. In una corsia d’ospedale. In una scuola. In una casa. In un luogo di lavoro. A una frontiera. In una sala d’attesa. Tra chi serve e chi viene servito.
Guardare la bolla. Siamo in piano? Quasi mai. Non per fingere che le differenze non esistano. Per ricordarci che non sono una graduatoria. Alla vigilia del 2 novembre Totò torna puntuale a ricordarcelo con il sorriso amaro del suo marchese e la saggezza del netturbino. Alla fine arriva la livella. Arriva per tutti. Totò ci ha ricordato che la morte è una livella. La sfida sarebbe riuscire a usarla da vivi.


