Oramai. È una parola che arriva spesso quando pensiamo che non ci sia più molto da discutere.
Oramai è fatta. Oramai è tardi. Oramai cosa vuoi che cambi? Oramai, alla mia età… Ecco. Soprattutto questa. Perché dopo «alla mia età» possiamo metterci praticamente tutto: non cambio lavoro. Non imparo una lingua. Non parto da sola. Non mi innamoro. Non comincio qualcosa di nuovo.
Oramai. Una parola e crediamo di aver sistemato il futuro. Che, a pensarci bene, è una bella pretesa. Certo, esiste anche un oramai che dice la verità: ci sono cose che non possiamo rimettere com’erano. Parole dette che non tornano in bocca. Occasioni lasciate passare. Scelte che hanno avuto conseguenze più o meno gradite. Persone che abbiamo perduto. Tempi che si sono conclusi.
Non tutto si aggiusta o può aggiustarsi.
Non tutto torna. Non tutto ricomincia.
E forse diventare adulti significa anche imparare a non raccontarsi il contrario.
Ma accettare non significa necessariamente accontentarsi: c’è una differenza sottile e gigantesca insieme: accettare è guardare ciò che c’è. Accontentarsi è decidere che, siccome c’è questo, non possa esserci nient’altro. Ed è qui che l’oramai può diventare particolarmente insidioso: oramai sono fatto così. Oramai le cose sono andate in questo modo. Oramai tanto vale… Diciamolo anche se non ci piace: sono frasi comode. Ci evitano la fatica di domandarci se ciò che stiamo vivendo sia davvero l’unica possibilità o semplicemente quella alla quale ci siamo abituati. Perché l’abitudine ha una grande capacità: dopo un po’ riesce a sembrare destino. Vale per un lavoro che non ci somiglia più. Per un desiderio messo via con la convinzione che non sia più il momento. Per una parte di noi che abbiamo lasciato in disparte perché c’era sempre qualcosa di più urgente da fare.
Non servono grandi rivoluzioni. A volte basta una domanda: è davvero troppo tardi? Oppure ho soltanto smesso di aver voglia di provarci? Non sempre la risposta sarà quella che ci piace. Ci sono limiti reali. Circostanze che non scegliamo. Momenti in cui scopriamo, anche bruscamente, quanto poco abbiamo davvero sotto controllo. Possiamo programmare, prevedere, organizzarci. Poi la vita sfodera la sua quota di indisciplina e ci sorprende. E forse è proprio quando il controllo viene meno che scopriamo ciò che resta.
Perché se non possiamo sempre scegliere quello che ci accade, possiamo scegliere che cosa farne. E non è poco.
Possiamo perdere una possibilità e accorgerci che non era l’unica. Scoprire che una strada è chiusa senza concludere che lo siano tutte.
Cambiare direzione. Cambiare idea. Persino cambiare idea su noi stessi.
Oramai.
C’è qualcosa di curioso dentro questa parola: ci sono un «ora» e un «mai».
Il presente e il tempo che non verrà.
Quasi una contraddizione.
Ma forse manca un pezzo, perché tra l’ora e il mai c’è tutto quello che ancora non sappiamo. C’è un dopo. Non sappiamo quanto lungo, come sarà, che cosa porterà. Ed è proprio questo il punto: non lo sappiamo.
Il «mai» pretende una certezza sul futuro che quasi mai possediamo.
L’«ora», invece, è qui.
Ed è dall’ora che il dopo, qualunque sia, comincia. Non si tratta di ripetersi che non è mai troppo tardi. Qualche volta è tardi davvero. Si tratta semmai di non consegnare al passato anche il tempo che ancora non gli appartiene. Di non permettere a ciò che è stato di decidere in anticipo ciò che sarà.
E magari di lasciare un po’ di spazio a quello che non avevamo previsto.
Una possibilità. Una strada diversa.
Una parte di noi che pensavamo perduta e che invece torna a farsi sentire. Persino una vita diversa da quella che avevamo immaginato.
Forse dovremmo fare questo, ogni volta che ci scappa un «oramai»: fermarci un istante e capire se stiamo accettando qualcosa o ci stiamo arrendendo a qualcosa. Perché non è la stessa cosa.
La rassegnazione dice: non posso più. L’accettazione dice: questo è ciò che c’è. La speranza aggiunge una domanda: e adesso?
Oramai: dentro c’è un mai che sembra chiudere il discorso. Ma prima c’è ora.
E dopo l’ora viene sempre un poi. Ancora da scrivere.




