«Magari». Per avere elementi di decodifica inequivocabili non basta leggerlo, biosgno ascoltarlo, sentirlo: può essere pieno di entusiasmo o avere un sospiro dentro. E sono cose ben diverse. Può voler dire «non chiedo altro» oppure «figurati se succede». Scritto in un messaggio ci lascia incerti: l’altro verrà o sta cercando un modo gentile per dirci di no? Una parola così breve... per comprenderla, va capito dove si appoggia la voce. Ci serve, quel «magari», quando sappiamo di non poter promettere. O non vogliamo farlo. Almeno non ancora. Qualche volta ci aiuta infatti a rimandare una risposta che dovremmo dare: teniamo qualcuno in attesa, più o meno consapevoli di lasciargli organizzare la giornata intorno alla nostra indecisione. Ma il più delle volte siamo noi a non sapere: ci occorre tempo per distinguere ciò che vogliamo da quello che ci sembra opportuno volere. Quello che siamo disposti a ... concederci.
«Magari, una volta, andiamo». Nominare un luogo insieme a qualcun altro è già un piccolo avvenimento. Potremmo fermarci lì. Oppure ritrovarci, magari ore dopo, a cercare la distanza sulla mappa. Certi desideri diventano più precisi soltanto dopo che li abbiamo sentiti uscire dalla nostra bocca. E agiamo di conseguenza. Basta poco, però, anche a richiudere la conversazione: «Magari fosse così semplice». Pensiamo agli impegni, a chi dipende da noi, alla spesa economica, al giudizio degli altri. Da fuori è facile dire «basta volerlo». Da dentro si vede tutto quello che quella frase lascia, appunto, «fuori». Ci sono rinunce che costano (e non solo economicamente) e non hanno niente da insegnare, almeno così ci pare. Anche se, a ben vedere, sono fedeli specchio dei vincoli ai quali - volenti o nolenti- aderiamo anima e corpo. Per scelta, forse. Che ci piaccia o no.
A volte, invece, siamo sicuri troppo in fretta: «Magari non ti ha visto», diciamo a chi è rimasto male per un saluto mancato. Non sappiamo se sia vero. Ma nemmeno lui sa se è stato ignorato apposta. Per un momento esistono due spiegazioni. La rabbia perde un po’ di slancio, viene voglia di aspettare prima di raccontare l’affronto (presunto) a qualcuno. Se riusciamo a immaginare una ragione diversa per gli altri, forse possiamo tentarlo anche con noi: studiare qualcosa, cambiare lavoro, riprendere un’amicizia: «Magari». Lo diciamo con un tono che chiude il discorso, come se servissero un’altra età, un’altra esistenza, un altro carattere: diciamo di conoscerci bene, ma spesso ci riferiamo a una versione di noi che non abbiamo più aggiornato. Siamo ancora sicuri di non esserne capaci? O ricordiamo soltanto quanto ci sembrava difficile anni fa?
Con il passato, magari cambia voce. «Magari gliel’avessi detto». Ripensiamo a una domanda rimasta in gola, a una conversazione finita troppo presto. Proviamo a riscriverla, attribuiamo all’altro una risposta che non abbiamo mai sentito. Non sapremo come sarebbe andata. Possiamo però chiederci se quel discorso sia ancora possibile, oggi, con parole diverse. Anche soltanto: «Ci ho ripensato». Ci sarebbe da ascoltare, poi, senza sapere in anticipo che cosa ci verrà risposto.
«Magari non ho capito». È una frase che potrebbe tornarci utile, soprattutto dopo aver parlato con tanta sicurezza. Ci tocca riprendere una domanda, accettare che l’altro aggiunga qualcosa al ritratto che gli abbiamo fatto. Potrebbe sorprenderci. Potremmo scoprire che cosa ci eravamo persi. E tornare a considerare possibile una cosa che avevamo escluso.
Forse di quel progetto non è praticabile la forma che avevamo immaginato. Vorremmo partire per mesi e abbiamo un giorno libero. Vorremmo tornare a studiare e possiamo seguire soltanto qualche incontro. Vale la pena farlo? La risposta non è obbligatoriamente sì. Ma possiamo domandarci che cosa ci attirava davvero: il luogo, la libertà, il piacere di imparare. Capirlo potrebbe suggerirci qualcosa che finora non avevamo considerato.
«Ti piacerebbe?». A volte rispondiamo piano, quasi per non farci sentire desiderare: «Magari». Dentro quella parola c’è un sì che non sappiamo ancora permetterci. Chi ci ascolta potrebbe chiederci che cosa abbiamo in mente. Per una volta, potremmo provare a raccontarglielo. Così lo ascoltano anche le nostre orecchie.




