«Aspetta, rifacciamola». Nella prima qualcuno aveva gli occhi chiusi. Nella seconda mancava un pezzo di testa. Uno si è alzato, un altro protesta: possibile che per una fotografia ci voglia tutto questo tempo? Si scatta mentre stiamo ancora ridendo: «Come viene, viene». Di solito lo diciamo dopo averci provato. Abbiamo riletto il messaggio cambiando tre volte il saluto, spostato una sedia e rimesso la sedia dov’era. A un certo punto ci scappa un gesto della mano: basta.
Cominciamo a sospettare che un altro tentativo non migliorerebbe le cose. Ci renderebbe più nervosi. Certo, c’è anche chi si assolve in anticipo: «Come viene, viene». E la mensola pende, il rubinetto perde, il lavoro è consegnato a metà. Qualcuno rimedierà. Qui la frase serve a passare un fastidio agli altri. Una misura si poteva prendere, una vite stringere meglio. La cura comprende la fatica di finire, quando è passata la voglia. Il guaio è capire dove finisce.
Perché un ultimo dettaglio si trova sempre. Il testo sarebbe pronto, però questa parola… La casa è in ordine, però quel cassetto… Gli ospiti stanno arrivando e noi puliamo una cosa che nessuno guarderà. Suona il campanello e quasi ci dispiace: sono già qui. In anticipo sulla nostra perfezione. Capita anche con le cose a cui teniamo di più. Una telefonata aspetta le parole adatte, un progetto resta nel cassetto finché non saremo abbastanza preparati.
Si accumulano appunti, si comprano quaderni nuovi. La prima pagina rimane bianca perché l’inizio dovrebbe essere bello. Peccato per tutte le pagine dopo, che non possono nemmeno essere brutte. A furia di correggere, qualcosa si perde. Quel messaggio aveva una goffaggine affettuosa; adesso potrebbe averlo scritto chiunque. Il discorso fila, ma abbiamo tolto proprio l’inciso che ci somigliava. Temevamo figuracce e siamo riusciti a sparire. Nessuno avrà da ridire, ma nessuno avrà molto da ricordare.
Da bambini mostravamo disegni con porte più alte dei tetti. Poi abbiamo imparato le proporzioni, ed è stato utile. Ma insieme abbiamo imparato a coprire il foglio con una mano: aspetta, non ho finito. Qualche volta quella mano è rimasta lì per anni. Ci sono persone che scoprono il nostro desiderio di dipingere, cantare, scrivere soltanto quando ci sentono dire che ormai è tardi.
«Come viene, viene» può essere il momento in cui scopriamo il foglio. Sappiamo dove avremmo voluto arrivare. Vediamo anche quello che manca. Eppure lo mostriamo. Accettiamo che qualcuno ci trovi un difetto, magari quello che avevamo tentato di nascondere. Potrebbe darci una mano.
Vale anche quando il foglio è quello dei nostri programmi. Avevamo previsto il posto di ogni cosa, poi qualcosa si sposta e il disegno non torna. Intanto c’è una giornata da vivere, con gli impegni rimasti e qualche imprevisto. Bisognerà fare qualche prova. La prima potrebbe riuscire male. E rieccoci alla fotografia. Chi la sta facendo abbassa il telefono. Gli altri si avvicinano, allungano il collo. Qualcuno è mosso, uno guarda altrove. «Io sembro matto». Ridiamo di nuovo. «Mandamela», dice una voce. Poi un’altra. Alla fine piace anche a quella con gli occhi chiusi, che se la mette come immagine del profilo: come è venuta, la foto, è venuta. Va bene così.




