Viviana Mazza racconta gli Usa ai lettori del Corriere della Sera dal 2022: tra i suoi scoop, le telefonate a Trump per parlare di Giorgia Meloni. In «L’America che verrà. Dopo Trump» (Bompiani, 320 pp., 18 euro) ha intervistato personalità politiche e culturali americane per capire la direzione che il Paese prenderà.
Viviana, quale impronta lascerà Trump sulla politica americana?
Alexander Gray, suo ex consigliere, dice che un futuro presidente repubblicano manterrà la sua politica estera. La studiosa Anne-Marie Slaughter nota che ci sono stati cambiamenti irreversibili in America. Entro il 2060, il 30% della popolazione sarà ispanica e, indipendentemente dal presidente, questo distoglierà l’attenzione dall’Europa: anche se terrorizzati da come gli Usa si comportano, molti pensano che si debba puntare più su Paesi in cui molti americani hanno radici, come Venezuela e Cuba. I cambiamenti dell’architettura della sicurezza globale manterranno centrale il tema dell’immigrazione, che ha aiutato Trump a vincere, a cui si unisce l’Intelligenza Artificiale, altro tema populista. Secondo Slaughter, le potenze di medie dimensioni «costruiranno un nuovo ordine che abbraccia i nostri valori, come diritti umani, sviluppo sostenibile e integrità degli Stati». Il problema, nota l’esperta di politica estera Anne Applebaum, è che è difficile districarsi dalla dipendenza da Usa e Cina.
Quali fattori rendono difficile ipotizzare il futuro?
Bisognerà vedere se le elezioni di Midterm saranno uno tsunami a favore dei democratici e le conseguenze che avranno in vista delle presidenziali 2028 sui due partiti: vedremo se Vance riuscirà a tenere unita la coalizione trumpiana che rischia di sfaldarsi.
Cosa è rimasto del sogno americano oggi, quando l’immigrazione è limitata?
Secondo i critici di Trump come lo storico Mark Updegrove, continueremo a vedere una classe media che si riduce e un aumento dei costi. Secondo i sostenitori di Trump invece il controllo dell’immigrazione illegale favorirà gli americani che oggi faticano: lo slogan American Citizens First di Steve Bannon propone di ridurre studenti stranieri nelle università e visti di lavoro. Come nota il filosofo Michael Walzer, la mancanza di risposte sull’immigrazione è un problema dei democratici; per lui, serve un sistema che faccia entrare molte persone ma non sembri caotico. Dopo una sentenza della Corte suprema che ha espulso 350mila haitiani con uno status temporaneo di protezione, la MAGA Megyn Kelly ha esultato ma Rob Rue, sindaco repubblicano di Springfield in Ohio, li ha difesi dicendo che espellerli danneggerebbe l’economia, invitando il Congresso a riformare l’immigrazione.
Molti intervistati parlano di politica come creazione di immaginario: qual è il ruolo dello storytelling?
Lo storytelling è una strategia elettorale: «La narrazione è in vendita e se vendi la storia che sei davvero dalla parte del popolo, vincerai - dice la scrittrice Lauren Groff -. Vengono spesi un sacco di soldi per inquadrare il modo in cui le persone vengono percepite. Per questo dobbiamo guardare a problemi sistemici come la proprietà dei media». Groff è frustrata perché la mancanza di un forte partito d’opposizione è questione di soldi: anche i democratici dipendono dai super-ricchi, non esiste una vera sinistra in Usa perché non è nell’interesse di chi ha i soldi.
Come vede il futuro dei corrispondenti, tra influencer promossi a giornalisti, mancanza di confronto e IA?
Questo lavoro continuerà, le firme stanno diventando più importanti e devono essere capaci di produrre contenuti diversi su diverse piattaforme. Consiglio la lettura dell’intervista finale con Ben Smith, direttore di Semafor, già esperto di media del New York Times e fondatore di Buzzfeed: è sempre stato un visionario e spiega il giornalismo che verrà.



