Opinioni

L’America arriva esausta alle urne per cambiare

I sondaggi indicano un possibile arretramento dei repubblicani, ma la reazione di Trump e gli equilibri del Congresso potrebbero aprire una nuova fase di scontro istituzionale
Mario Del Pero

Mario Del Pero

Editorialista

Le urne per le elezioni di midterm - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Le urne per le elezioni di midterm - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Sono un paese diviso ed esausto, gli Stati Uniti che arrivano a questo voto di midterm. Prostrati da una campagna elettorale polarizzante e brutale come poche nella sua storia recente. Da una crisi della loro democrazia a cui contribuiscono sia la retorica e le azioni del presidente Trump sia l’assalto materiale e concettuale mossole contro da tecno-oligarchi come Elon Musk, che in questo ciclo elettorale ha investito quasi mezzo miliardo di dollari a sostegno di candidati repubblicani. Dalla paura che in caso di vittoria democratica, soprattutto se le sue dimensioni dovessero essere ridotte, si potrebbero riattivare le dinamiche eversive di sei anni fa e Trump cerchi d’impedire la validazione del voto.

Fatica e sofferenza, queste, in parte temperate da una mobilitazione politica e popolare non scontata fino a un anno fa, rivelata ad esempio dagli elevati tassi di affluenza al voto per le primarie. Dalla capacità dei democratici di continuare un’opera di rinnovamento in corso da anni, testimoniata dai loro ottimi risultati a livello locale e statale, ma che fatica ad estendersi ai vertici nazionali e alla leadership congressuale. E dalla crescente disponibilità di alcuni repubblicani a cercare di liberarsi finalmente dalla morsa autoritaria di Trump, prendendone le distanze, evitando di coinvolgerlo nella loro campagna elettorale e criticandone alcune politiche particolarmente impopolari, dalla guerra con l’Iran alla violenta campagna contro l’immigrazione illegale.

Donald Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Secondo i sondaggi dovremmo assistere a una vittoria dei democratici che, più o meno larga, dovrebbe consegnare loro la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e un ulteriore rafforzamento a livello statale (dove, in questa tornata, si vota per ben 36 governatorati e 88 delle 99 assemblee legislative). Il Senato sarebbe invece in bilico. Se questi dati dovessero essere confermati, e la loro certificazione non venisse contestata, il voto aprirebbe la fase della transizione post-trumpiana e il progressivo esaurimento di una vera e propria «era Trump» durata ormai dieci anni. Un’era, questa, nella quale la figura di Donald Trump è stata al tempo stesso espressione e causa di un imbarbarimento e di un degrado della vita pubblica e politica, che questo midterm sta in fondo sublimando: con un razzismo, soprattutto anti-musulmano, ormai pienamente esibito a destra e con scorrettezze elettorali oltre il limite della decenza, cui talora non si sottraggono nemmeno i democratici (il caso limite lo si è raggiunto nella corsa per il seggio senatoriale dell’Alaska, dove i democratici sono riusciti a far candidare un candidato con lo stesso nome, Dan Sullivan, di quello repubblicano).

Trump entrerebbe nel suo ultimo biennio presidenziale pesantemente azzoppato. Con un Congresso maggiormente incline a (e capace di) riappropriarsi di molte delle proprie prerogative costituzionali, a partire da quelle relative alla guerra. Con commissioni della Camera pronte a utilizzare i poteri d’indagine di cui dispongono per avviare inchieste sui conflitti d’interesse e gli affari torbidi che hanno contraddistinto la seconda esperienza presidenziale di Trump. Con molti governi statali intenti a continuare l’azione di contrasto al governo federale promossa in questi ventidue mesi, attraverso politiche pubbliche antitetiche a quelle dell’amministrazione e iniziative legali contro i tanti ordini esecutivi del Presidente. E con diversi Senatori e Deputati repubblicani forse capaci di ribellarsi finalmente a Trump, dando voce a critiche che si sa essere diffuse anche a Destra.

Ma anche – ed è questa la preoccupazione principale – con un presidente che difficilmente non replicherà. Facendo leva sugli ampi poteri di cui dispone, ponendo ad esempio dei veti ad eventuali provvedimenti congressuali poi superabili solo con maggioranze qualificate dei due terzi in entrambe le Camere. Sfruttando l’immunità totale che un recente pronunciamento della Corte Suprema gli conferisce per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni presidenziali. E agendo con una spregiudicatezza agevolata dal suo acclarato analfabetismo istituzionale e da inclinazioni autoritarie ed eversive che questo voto e quel che seguirà finiranno inevitabilmente per testare.

Mario Del Pero, docente di Storia internazionale, Sciences Po Parigi

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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