Pietro Gibellini toglie la patina del tempo da una pietra miliare della letteratura italiana. Con i saggi raccolti nel libro «San Francesco poeta» (Ronzani editore, 168 pagine, 15 euro), proposto in occasione dell’ottavo centenario della morte del santo di Assisi, lo studioso bresciano – tra i più autorevoli critici letterari italiani – rilegge il «Cantico delle Creature» mettendone in evidenza l’attualità. Ancor più sottolineata dal recupero dell’originale sostanza fonica, quella di «un componimento nato per il canto» che costituisce «la prima espressione di alta poesia della nostra letteratura».
Ne abbiamo parlato con l’autore, che ha presentato ieri mattina il suo libro a Librixia – la Fiera del Libro promossa da Confartigianato Imprese Brescia e Lombardia Orientale, attraverso il proprio circolo culturale Ancos, insieme al Comune di Brescia, nel Salottino Rbm di piazza Vittoria. Con lui per l’occasione è intervento Giovanni Tesio.
Professor Gibellini, il Cantico di Francesco è una lettura sempre attuale?
Nella sua semplicità, il Cantico risulta di straordinaria modernità, specialmente se ne restituiamo la forma al suo carattere orale. San Francesco raccomandava ai suoi confratelli di andare in giro e cantarlo. Il manoscritto più antico ha anche lo spazio per le note musicali che purtroppo non sono state aggiunte dall’amanuense.
Lei suggerisce alcune modifiche alla lezione del testo. Per quali ragioni?
Il manoscritto su cui si fondano tutte le edizioni, il codice 338 della Biblioteca di Assisi steso circa 50 anni dopo la morte di Francesco, è inquinato da latinismi e dialettalismi che probabilmente non sono tanto di Francesco quanto del copista. Questo codice è tutto in latino, l’unica isola in volgare sono i 33 versi del Cantico. Il copista è abituato a scrivere in latino: ma se in un verso scrive «cum» e in un altro «con», è chiaro che pronunciavano «con» e che «cum» è una forma di latinismo da emendare. Scrive «benedictione», ma in realtà dicevano «benedizione»… Se ripuliamo i versi dai latinismi grafici e dai dialettalismi, ne scaturisce un testo ancora più comprensibile.
Evidenzia anche la visione «ecologica» di san Francesco…
Si mostra profetico e controcorrente rispetto al suo tempo. Rivaluta l’amore per la natura, staccandosi in questo da certi filoni penitenziali e dalla sua fonte biblica, il Salmo 148. Anche l’autore del Salmo invita a lodare la grandezza del creato; Francesco, tuttavia, fa qualcosa di più. Riassume il mondo sublunare nelle quattro sostanze che lo compongono – aria, acqua, fuoco e terra – e loda Dio non solo perché onnipotente e altissimo, ma anche perché è buono ed è un grande artista: fa le creature umili, ma anche belle.
In cosa consiste l’«immaginario femminile» del Cantico?
Francesco dà una caratterizzazione squisitamente femminile della natura. Nei versi alterna tre maschi e tre femmine, in modo paritario: sole e luna, vento e acqua, fuoco e terra. Quest’ultima è definita sorella e madre; mentre le altre creature sono lodate come strumenti dell’azione divina, la terra «sustenta e guverna» il mondo terreno. Io ho azzardato che vi fosse anche un’utopia politica: come dire che se il mondo fosse governato dal principio femminile, quello della terra, forse andrebbe un po’ meglio.
Il saggio più ampio è dedicato a Francesco nella «Commedia» di Dante…
Dante parla di san Francesco soprattutto nell’undicesimo canto del Paradiso, nel quale Tommaso d’Aquino ne tesse l’elogio. Io ho trovato alcune fonti finora ignorate a cui Dante si è probabilmente ispirato, in particolare le due bolle con le quali papa Gregorio IX proclamò santi Francesco, due anni dopo la sua morte, e in seguito Domenico. Vi sono inoltre due sermoni in cui san Tommaso nomina Francesco. In uno di essi dice che egli ha ricevuto dalle stimmate il riconoscimento divino della sua azione. Allo stesso modo Dante, nel canto, fa riconoscere a Tommaso le stimmate come di origine divina.



