Opinioni

Il dovere morale di promuovere la speranza in una pace possibile

Tutti gli uomini e le donne di buona volontà devono motivare e sostenere «ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza»
Una bandiera della pace
Una bandiera della pace

È cominciato da poco il quinto anno di guerra alle porte d’Europa e il terzo in Palestina. L’Europa ha paura. Sono sempre di più quelli che temono il peggio e pongono la loro speranza in una difesa più forte e in armi sempre più potenti. Ma per converso si registra pure tanto desiderio di pace e la convinzione che questa sia possibile, nella certezza, però, che alla pace bisogna educare.

In questo senso si muove l’ultimo documento dei Vescovi italiani reso pubblico il 5 dicembre scorso. Si intitola «Educare alla pace disarmata e disarmante». Espressione che è anche stata il tema della 59esima Giornata mondiale della Pace nel giorno di Capodanno 2026, ripresa delle prima parole di saluto rivolte da Leone XIV dopo l’elezione a papa.

La pace, ci si augura, al centro del 2026
La pace, ci si augura, al centro del 2026

Il testo della Nota è principalmente rivolto alle Chiese locali chiamate a educare il popolo di Dio. Ovviamente si tratta della parola di pastori che fanno riferimento alla chiarezza del Vangelo e, per questo, la loro parola è controcorrente e coraggiosa. E la Nota non ha mancato di suscitare qualche reazione stizzita soprattutto per alcune proposte finali concrete quali il servizio civile obbligatorio per i giovani e la non collaborazione professionale con banche o istituzioni coinvolte con la produzione di armi.

Per quanto riguarda Brescia va riconosciuto che la preoccupazione di educare alla pace ha radici molto profonde che ci conducono oltre un secolo fa. E ha accomunato nella preoccupazione per la pace laici di matrice socialista e cattolici convinti, frequentatori di parrocchie o luoghi religiosi.

Brescia e la pace

Per quanto riguarda il mondo laico basterebbe citare Rosalia Gwis Adami, nata a Edolo nel 1880. Scrittrice, conferenziera e traduttrice, la camuna Gwis Adami è stata anche una delle prime attiviste pacifiste. Discepola del giornalista milanese Ernesto Teodoro Moneta, Nobel per la pace nel 1907, fondò nel 1909 la Società delle giovinette per la pace, prima associazione femminile pacifista italiana. Con l’avvento del Fascismo la socialista edolese si ritirò a vita privata, facendo la traduttrice fino alla morte che la colse a Milano nel 1930.

Nel mondo cattolico si potrebbe dire molto di più. Ci limitiamo a citare le cronache di tanti parroci che durante la prima Guerra mondiale e la Seconda si facevano promotori di iniziative di preghiera per la pace, per il ritorno sani e salvi dei soldati del luogo, suffragio per i caduti, solitamente giovani. E, sempre da quelle cronache, si deduce quanto abbiano fatto i parroci per educare alla pace, sull’onda degli insegnamenti pontifici, da Benedetto XV a Pio XII.

Questa preoccupazione educativa «bipartisan» è continuata nei decenni successivi, basterebbe citare il Festival della pace per suffragare questa affermazione.

E, a questo proposito, è quasi un dovere citare che il Duomo Vecchio della città era stracolmo di persone di ogni età e ceto sociale in occasione della presentazione del libro di don Fabio Corazzina intitolato «Pace, dalla parola ai fatti».

Papa Leone XIV - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Papa Leone XIV - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Ed è proprio, semplicemente, perché si fa necessario passare dalle parole che invocano pace ai fatti che la costruiscono che non bisogna deporre la speranza e la fiducia che il 2026 sia foriero di vere scelte di pace.

Sono illuminanti al proposito le parole di papa Prevost pronunciate durante le scorse festività natalizie: «Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la dispersione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace». E il papa ha ripreso la sua visione di pace «disarmata» e «disarmante». La pace non si impone con la forza della potenza, e tanto meno considerando quasi «una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra». Tutti gli uomini e le donne di buona volontà devono motivare e sostenere «ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza». La speranza che la pace è possibile.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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