Sei decenni di Pooh, la loro storia musicale, concentrati dentro un live che più antologico non si può, dal beat al pop, al rock progressivo. È in arrivo la tappa bresciana del tour che celebra il compleanno a cifra tonda, sabato 5 settembre alle 21, in piazza della Loggia, all’interno del Brescia Summer Music (ancora disponibili alcuni biglietti in tutti i settori, con prezzi da 50 a 140 euro; info su www.cipiesse-bs.it). Abbiamo intervistato i Pooh (Roby Facchinetti, Dodi Battaglia, Red Canzian, Riccardo Fogli).
La vostra storia cominciò con la censura, per motivi che oggi farebbero sorridere (il riferimento alle tensioni politiche in Alto Adige e alla morte di un soldato), al testo di «Brennero ’66». Una situazione che lasciò strascichi?
All’epoca, naturalmente, non ci faceva sorridere per niente! Eravamo ragazzi e ci trovammo improvvisamente davanti a qualcosa di molto più grande di noi: avevamo scritto una canzone raccontando un fatto, e ci veniva chiesto di cambiarla. Oggi quella vicenda può sembrare quasi incredibile, ma ci insegnò una cosa importante: una canzone non è soltanto musica, è anche il modo in cui racconti la realtà. E quando qualcuno prova a impedirti di raccontarla, inevitabilmente quella storia diventa ancora più importante. Non credo ci abbia lasciato rancore. Piuttosto, ci ha dato la consapevolezza che avremmo dovuto difendere sempre la nostra libertà artistica. E forse è stata anche una delle prime volte in cui abbiamo capito che fare questo mestiere significava assumersi delle responsabilità.

Vi sorprende che la vostra popolarità sia praticamente intatta dopo sei decadi di attività, condite da 400 brani incisi e oltre 3000 concerti?
Sì, e forse non ci abitueremo mai del tutto. Quando cominciammo non avremmo mai potuto immaginare che sessant’anni dopo saremmo stati ancora qui a parlarne e, soprattutto, a salire su un palco. I numeri fanno impressione, ma fino a un certo punto. Quello che ci sorprende davvero è incontrare persone che magari ci hanno ascoltato da ragazzi e oggi vengono al concerto con i figli o con i nipoti. È lì che capisci che non stai più parlando soltanto della tua carriera. Stai parlando della vita delle persone. E poi c’è una cosa che ci fa sorridere: dopo più di tremila concerti, ogni volta che saliamo sul palco abbiamo ancora quella piccola tensione prima di cominciare. Evidentemente non abbiamo ancora imparato a fare questo mestiere senza emozionarci.
Com’era il mondo della musica quando avete cominciato, e come lo vedete ora?
Era un mondo completamente diverso. Quando abbiamo iniziato, la musica si ascoltava soprattutto attraverso la radio, i dischi e la televisione. C’erano i 45 giri, gli album, i negozi di dischi, e aspettavi che uscisse qualcosa per poterla finalmente ascoltare. Oggi la musica è ovunque, immediatamente disponibile. Un ragazzo può ascoltare in pochi secondi una canzone registrata dall’altra parte del mondo. È una possibilità straordinaria, anche se forse ci ha fatto perdere un po’ il piacere dell’attesa. È cambiato anche il modo di diventare famosi. Noi abbiamo avuto bisogno di anni per costruire un pubblico. Oggi una canzone può esplodere in pochissimo tempo. Ma non siamo nostalgici. Ogni generazione ha i suoi strumenti e il suo linguaggio. La cosa che rimane identica è il bisogno di una canzone di emozionare. Quello non lo può cambiare nessuna tecnologia.
Qual è l’album che vi rappresenta più compiutamente?
Anche questa è una domanda alla quale è difficile rispondere…senza fare arrabbiare qualcuno! Se dovessimo però indicare un album particolarmente rappresentativo, «Parsifal» avrebbe sicuramente un posto importante. È stato un momento in cui abbiamo avuto il coraggio di allargare i nostri confini, musicalmente e anche come modo di raccontare. Ma forse la verità è che i Pooh sono rappresentati dall’insieme della loro storia: ci sono album che raccontano la nostra giovinezza, altri la nostra maturità, altri ancora i momenti in cui abbiamo cambiato direzione. Non siamo mai stati una fotografia. Siamo stati un film lungo sessant’anni.
Dopo la morte di Valerio Negrini e Stefano D’Orazio, che erano le vostre penne, non avete fatto pezzi nuovi. Avete mai pensato di integrare altri autori di testi?
Valerio e Stefano hanno lasciato un’impronta enorme nella nostra storia. Non erano semplicemente due persone che scrivevano i testi: erano parte della nostra identità, conoscevano il nostro modo di pensare, le nostre storie, le nostre sensibilità. Per questo non abbiamo mai sentito l’esigenza di sostituirli. Non perché pensiamo che non esistano altri grandi autori, ma perché certe persone non sono sostituibili. Una canzone dei Pooh deve avere dentro qualcosa che riconosciamo come nostro. E dopo tutto quello che abbiamo vissuto, forse abbiamo preferito custodire quello che c’era piuttosto che cercare a tutti i costi di aggiungere qualcosa. Valerio e Stefano continuano comunque a essere presenti ogni volta che cantiamo le loro parole: è il modo più bello che abbiamo per continuare a tenerli con noi.
Manca ancora qualcosa ad una carriera trionfale?
Probabilmente sì. E speriamo che continui a mancare, perché finché senti che manca qualcosa significa che hai ancora voglia di fare. Se guardassimo soltanto ai numeri, ai dischi, ai concerti, ai premi e a tutto quello che abbiamo vissuto, potremmo dire che abbiamo avuto molto più di quanto avremmo mai potuto immaginare quando abbiamo cominciato. Ma una carriera non si misura soltanto con quello che hai già fatto. Si misura anche con la curiosità che ti rimane. Forse quello che manca è semplicemente il prossimo momento da vivere. Un altro palco, un’altra canzone cantata insieme al pubblico, un’altra sera in cui guardarci e pensare: «Siamo ancora qui». E dopo sessant’anni, non è affatto poco.



