Ultimi appuntamenti pre-estivi, entrambi nel chiostro del Museo Diocesano con inizio alle 21, per il Festival pianistico di Brescia e Bergamo che quest’anno avrà anche un’importante propaggine autunnale con gli attesi recital di Yuja Wang e Beatrice Rana. Stasera, giovedì, sarà di scena il chitarrista Giulio Tampalini in duo con il sassofonista Mario Marzi («Suoni dal mondo»), mentre domani è atteso il concerto-lettura «Verso nuovi futuri» del pianista Daniele Alberti (ingresso 10 euro, biglietti ridotti a 5 euro).
Siamo ora a colloquio con Pier Carlo Orizio, direttore artistico del festival, a cui chiediamo un bilancio su quest’ultima edizione e alcune anticipazioni sulla prossima del 2027.
«Posso dirmi soddisfatto – dichiara il maestro Orizio – sia degli esiti artistici di questi concerti, sia della risposta del pubblico. Quest’anno ci siamo occupati soprattutto di musiche dell’Europa dell’Est, con Chopin e Arvo Pärt accanto a molti compositori russi. Nel 2025 l’attenzione si era concentrata sul Mediterraneo e sulla Spagna in particolare: completeremo idealmente questo trittico nel 2027 con l’area mitteleuropea cogliendo al volo l’occasione del bicentenario della scomparsa di Beethoven, un compositore imprescindibile per il nostro Festival».
Quest’anno abbiamo avuto la possibilità di ascoltare musiche trascurate dalle stagioni concertistiche del nostro Paese: quali sono state le più significative?
Per il concerto inaugurale con l’Orchestra Nazionale Armena ho espressamente chiesto di mettere in programma, accanto a un pezzo notissimo come il Concerto per pianoforte di Ciajkovskij, le musiche del balletto «Spartacus» di Khachaturian e la Decima Sinfonia di Shostakovich: credo che siano partiture fondamentali del repertorio novecentesco, ma finora non erano mai state proposte in esecuzioni dal vivo nelle nostre città, anche per oggettive difficoltà organizzative.
Mi ha dato molte soddisfazioni anche la riproposizione del «Lamentate» per pianoforte e orchestra di Pärt. L’avevamo già proposto una quindicina d’anni fa al Grande, ma quest’anno, con solista Federico Colli, la partecipazione di un attore e il contesto commemorativo del 28 maggio, nella chiesa di San Francesco, per le vittime della strage di Piazza Loggia, è stata un’esperienza particolarmente toccante.
Tra i pianisti al debutto quest’anno chi si è distinto?
Tutti molto bravi, ma direi che la vera rivelazione è stata la giovanissima Martina Meola, quattordici anni non ancora compiuti, una ragazza dalle qualità davvero straordinarie.
E tra i veterani?
Boris Petrushansky, nell’Ottava Sonata di Prokofiev.
Come ha risposto il nostro pubblico?
Sempre con entusiasmo, nonostante in vari settori della cultura si avvertano alcuni segnali di crisi, dovuti anche alle preoccupazioni per l’attuale situazione geopolitica. Ma credo sia fondamentale, come diceva Leonard Bernstein, proseguire nella nostra missione: proporre la grande musica nel modo migliore e nel modo più convincente possibile. E questo a prescindere dalle difficoltà.



