Il celebre pianista russo Boris Petrushansky, da molti anni attivo in Italia, torna al Festival di Brescia e Bergamo nell’atteso concerto di domani, domenica 17 maggio al Teatro Sociale (ore 20; biglietti in vendita a un prezzo compreso tra 10 e 30 euro). In programma le Stagioni op. 37a di Cajkovskij e l’Ottava Sonata di Prokof’ev. Ne parliamo con il musicista.
Petrushansky, ci può presentare le Stagioni di Cajkovskij, con cui inizierà il suo programma?
La genesi delle Stagioni di Cajkovskij è singolare. Su invito di una rivista, il compositore scrisse un pezzo pianistico al mese per un anno intero: sono pagine brevi, in forma tripartita. I titoli assegnati alle composizioni, e anche le epigrafi letterarie, si devono all’editore più che al musicista. Forse Cajkovskij non prese troppo sul serio la commissione, ma alla fine uscì un autentico capolavoro.
Considera le Stagioni come una successione di pezzi caratteristici, oppure vede l’impronta di un ciclo unitario?
C’è qualcosa di più profondo rispetto a una raccolta occasionale. Per me è un ciclo di vita, un arcobaleno di passioni. I titoli dei singoli pezzi sono riduttivi. Prendiamo “Settembre, la caccia”. Questa non è una scena di caccia, ma una pagina in cui si sente l’interiorità del compositore. In “Ottobre, canto d’autunno” traspare una disperazione autobiografica. Forse non è un caso che l’autunno sia la stagione in cui il compositore morì.
Nel suo recital affianca Cajkovskij a Prokof’ev: ravvisa affinità tra questi due grandi autori?
Cajkovskij è il fondatore del sinfonismo russo. Da questo punto di vista, Prokof’ev non poteva farne a meno. Inoltre, nella letteratura russa si è sviluppato il concetto di “testo pietroburghese” che riconosce in quella città un sistema simbolico: qualcosa di analogo avviene in musica. Prokof’ev ha una scrittura più rarefatta rispetto alla sensibilità “moscovita” di Rachmaninov. Sì, credo che Prokof’ev possa essere considerato l’erede di Cajkovskij, specialmente nella sua componente fiabesca, anche se poi sviluppa uno stile completamente diverso e molto personale.
Stile che erompe in tutta evidenza nell’Ottava Sonata…
Viene considerata la terza e ultima delle Sonate di guerra. Infatti Prokof’ev la iniziò nel 1939 per poi concluderla in piena seconda guerra mondiale. Ma più che alludere alla guerra, l’opera simboleggia la lotta tra il bene e il male. Nel primo movimento si verifica un’impressionante frattura: dopo un’apertura lirica, quasi innocente, si entra in una zona più tesa, cupa, perfino mostruosa. Produce un effetto psicologico simile a quello che realizza Musorgskij nei “Quadri di un’esposizione” passando da “Tuileries” a “Bydlo”.
Da quanto tempo affronta questa Sonata?
L’ho letta per la prima volta a diciannove anni. Ma era troppo presto: ci vuole tempo per espugnare la fortezza…
Prossimi progetti?
Un disco dedicato a Schumann per l’etichetta Da Vinci Classics. Dovrebbe uscire nei prossimi mesi.



