Ricchissimo di opere, ma soprattutto accessibile. Inclusivo e aperto ai giovani, proprio come richiesto dal vescovo, che ha espresso il desiderio che il museo diventasse una moderna agorà quando cinque anni fa ha assegnato la direzione a Mauro Salvatore. Parliamo del Museo Diocesano in via Gasparo da Salò, contenitore d’arte sacra che raccoglie opere da tutta la provincia. Ce ne parla il suo direttore.
Direttore, com’è cambiato il museo da quando ha preso le redini?
La Fondazione è presente a Brescia dal 1978, ma nei primi anni si è occupata della ristrutturazione dell’edificio cinquecentesco. Da circa vent’anni il museo è aperto al pubblico, ma solo nell’ottobre 2024 è stato completamente riallestito. Le collezioni seguono oggi un percorso circolare che parte cronologicamente dal Quattrocento, prosegue con il Cinquecento e il Rinascimento, con opere di Moretto, Romanino e dei loro allievi, e continua con la sezione dedicata a Paolo VI. Successivamente si attraversano la collezione di argenti e quella di icone ortodosse, per arrivare al magnifico loggiato e rientrare nel Settecento veneziano. Scendendo al piano terra, nel salone monumentale sono state da poco esposte due grandi tele di Moretto e Romanino. Una vera chicca è la sala ipogea, che conserva una quarantina di spettacolari codici miniati, tutti digitalizzati. Altre sale sono invece dedicate alle mostre temporanee.

A proposito di temporanee, qual è la vostra linea artistica?
La prima è stata organizzata per il Natale del 2021. Abbiamo individuato opere provenienti da collezioni pubbliche e private per offrire una sosta contemplativa durante la pausa natalizia: Adoremus. Siamo già alla quinta edizione, con il Pinturicchio del 2025. Accanto a questa rassegna proponiamo una serie di mostre dedicate all’arte contemporanea, perché vogliamo dare spazio ad artiste e artisti viventi, o del Novecento, che abbiano saputo dire qualcosa sul rapporto tra arte e sacro. Non in senso strettamente religioso, ma come dimensione capace di parlare all’anima. Di recente abbiamo ospitato Nitsch e Scheggi.
Per voi l’inclusività non è uno slogan: ce ne parla?
Sentiamo molto il valore dell’accoglienza. Abbiamo iniziato pensando alle persone con disabilità motoria, rendendo accessibile il museo nonostante la presenza di scale, semplicemente installando piattaforme mobili. Successivamente ci siamo concentrati sulla disabilità sensoriale. Con la mostra tattile di Tagliaferri abbiamo capito che era possibile mostrare l’arte alle persone con disabilità visiva offrendo un’esperienza nuova anche a chi vede. Per la disabilità uditiva utilizziamo invece cuffie a conduzione ossea con musiche originali e spiegazioni.

E poi la stanza al buio...
Sì, è la Bottega del Moretto. Qui è possibile vivere un’esperienza che coinvolge olfatto, gusto, tatto e ascolto. Realizzandola abbiamo capito, anche grazie al confronto con le associazioni come l’Uici, che era possibile proseguire su questa strada. Ci siamo quindi rivolti al Dicatam dell’UniBs per realizzare altre tavole tattili orientative e accanto ad alcune opere sono state collocate tavole che consentono di seguire con le dita le zigrinature che riproducono panorami e sagome dei dipinti. Anche grazie a queste iniziative nel tempo abbiamo creato un bel rapporto con alcuni sponsor che hanno voluto contribuire al progetto, come Famiglia Puma Trust.
E per la disabilità cognitiva?
Ci siamo affidati ad Anffas e a Fobap per realizzare pannelli in comunicazione aumentativa e libretti che permettono di visitare l’esposizione.
Qual è il pubblico che vorreste avvicinare?
Una delle cose che il vescovo mi disse quando mi nominò fu: «Vorrei che fosse frequentato dai giovani e che diventasse un’agorà nella quale incontrarsi». Per questo abbiamo ampliato l’offerta di laboratori didattici destinati alle scuole, dall'infanzia ai licei. Oggi sono più di venti e ci permettono di avere una presenza costante di ragazze e ragazzi. Anche molti oratori partecipano con i Grest estivi, motivo per cui abbiamo attrezzato due laboratori. Inoltre, insieme a Unicef abbiamo realizzato un baby stop: uno spazio dedicato al cambio dei bambini e all’allattamento in tranquillità.
Interessante anche il progetto in realtà virtuale...
In collaborazione con Meta Gate abbiamo realizzato un percorso in mixed reality con modalità multiplayer. Non è soltanto il singolo visitatore a entrare nella realtà mista, ma più persone possono interagire e vivere insieme l'esperienza. Il progetto si intitola «Clavis, L’enigma del convento». Si entra nel convento, compare un frate che chiede aiuto e da lì si sviluppano una serie di scenari. Siamo stati invitati anche al Mit: secondo loro, in Italia è l'unica esperienza di questo tipo in modalità multiplayer.




