L’arte sacra di tutta la provincia in un museo: guida al Diocesano

Il museo cittadino racchiude opere provenienti dalle chiese del territorio: si trova in via Gasparo da Salò e al suo interno ci sono dei capolavori imperdibili
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Il Museo Diocesano di Brescia
Fotogallery
13 foto
Il Museo Diocesano di Brescia

In qualche modo, potremmo dire che il Museo Diocesano è il museo della provincia di Brescia. Il suo scopo, infatti, è conservare e valorizzare le opere d’arte provenienti dai luoghi sacri della Diocesi, e quindi chiese, chiostri, monasteri, santuari, anche a causa della progressiva secolarizzazione dei beni ecclesiastici e lo spopolamento di molte chiese periferiche che fecero comprendere la necessità di centralizzare il patrimonio storico-artistico per evitarne la dispersione. Ecco perché questo museo racconta meglio di altri l’eterogeneità della produzione artistica bresciana al di fuori del solo centro cittadino.

La Diocesi di Brescia, come la provincia, è peraltro tra le più estese d’Italia. I suoi confini superano quelli amministrativi: Lovere, per esempio, è in provincia di Bergamo ma appartiene alla Diocesi di Brescia. Anche sul lago di Garda si trovano casi simili. Il museo riassume quindi un hinterland molto ampio e ricchissimo. E non mancano le opere provenienti dal centro città: molte arrivano dalla chiesa di San Giuseppe, da cui parte tutto.

Dove si trova

Il Museo Diocesano di Brescia ha sede nel chiostro maggiore del complesso di San Giuseppe in via Gasparo da Salò in città, antico complesso monastico francescano molto articolato. Era uno dei centri di produzione culturale più attivi della città grazie all’attività di studio dei monaci e nel corso del Cinquecento comprendeva anche il chiostro minore e quello medio, oggi non di pertinenza del museo.

Il Museo Diocesano di Brescia
Il Museo Diocesano di Brescia

La titolazione del monastero è dedicata a San Giuseppe, il santo lavoratore, da cui deriva anche il nome della chiesa. La chiesa di San Giuseppe ha una genesi particolare e curiosa: al suo interno si trovano cappelle dedicate ai santi protettori delle arti, degli artigiani e dei lavoratori. Oltre a San Giuseppe, nelle cappelle compaiono riferimenti a professioni anche insolite o oggi storicizzate: conciatori di pelli, formaggiai, salumieri e molte altre categorie. Questo si spiega con la storia dell’area. Prima dell’edificazione del complesso di San Giuseppe, la zona era considerata parte del Carmine, oggi spostato più a nord. Prima della costruzione di piazza Loggia, avvenuta più o meno negli stessi decenni, quest’area era caratterizzata dalla presenza di botteghe. La vicinanza al cuore mercantile della città fece quindi scegliere come dedicazione proprio il santo lavoratore, anche in omaggio alle persone che animavano il quartiere. Di questa vocazione artigianale restano tracce nell’urbanistica cittadina. Per esempio si arriva al museo passando da rua Confettora: i confettori erano proprio i conciatori di pelli. In alcune toponomastiche resiste dunque ancora la memoria professionale dell’area.

Esiste poi un aspetto ancora più curioso legato a San Giuseppe, ricordato anche in un pannello comunale posto all’esterno della chiesa. In questo perimetro non c’erano solo negozi, ma anche il postribolo della città, legalizzato secondo l’uso del tempo. Non era percepito come una casa chiusa nel senso moderno, ma come uno strumento con cui la città cercava di contenere attività considerate illecite. La facciata della chiesa di San Giuseppe fu costruita anche come segno di separazione: indicava la fine di quell’area e l’inizio della nuova piazza della Loggia, simbolo della Repubblica di Venezia.

Il percorso

Tornando alla conservazione delle opere della provincia bresciana, chi vuole capire cosa significasse essere artisti a Brescia tra Quattrocento e Settecento trova nel museo una sintesi magistrale. Il percorso segue un ordine cronologico e inizia al primo piano dell’edificio. Tra le prime opere si incontra una cartina topografica che racconta l’importanza della diocesi e del territorio, poi una tavola di pittore francese del XII secolo con le «Tentazioni di sant’Antonio abate». È un’opera di piccolo formato, che può passare inosservata, ma testimonia una pittura internazionale rara in città. La tentazione appare nelle sembianze di una donna prosperosa, ma avvicinandosi si notano piccole corna. Molto diversa dalla diabolica donna, la figura del santo si distingue per due candide gote rosate.

Il percorso al primo piano - © www.giornaledibrescia.it
Il percorso al primo piano - © www.giornaledibrescia.it

I capolavori

Poco dopo l’inizio del percorso si incontra il primo capolavoro conservato al Museo Diocesano: un magnifico trittico di Antonio Vivarini, dipinto intorno al 1440. Tre tavole dal gusto tardo gotico, raro da incontrare a Brescia. La tavola centrale raffigura sant’Orsola circondata dalle vergini compagne. Le figure hanno volti quasi identici, tipico espediente del tardo Medioevo. Diverso il discorso per i laterali con san Pietro e san Paolo, probabilmente conclusi di bottega alcuni anni dopo: qui emerge già una ritrattistica più rinascimentale, con volti individualizzati, rughe, espressioni forti e maggiore volumetria.

Il trittico di Antonio Vivaldini
Fotogallery
5 foto
Il trittico di Antonio Vivaldini

Importante anche il Crocifisso di Maffeo Olivieri, artista a cui è dedicato l’omonimo liceo artistico cittafino. L’incarnato tende al verdastro e al grigio, caratteristica condivisa con la pittura di Vincenzo Foppa. È un tono tipico del primo Rinascimento bresciano, che torna anche in altre opere qui espost, a partire dal «Compianto sul Cristo morto» che si trova a pochi passi.

Molto interessante l’allestimento che mette in dialogo due grandi pale d’altare di Moretto e Romanino. Dal punto di vista didattico permette di comprendere la nascita del Rinascimento bresciano che porterà poi fino a Caravaggio. Nel Moretto – «La Madonna col Bambino in gloria», grande olio su tela della prima metà del Cinquecento che ritrae Maria e Gesù Bambino che sovrastano San Giovanni Evangelista, il beato Lorenzo Giustiniani e l’allegoria della Sapienza Divina – si notano figure che toccano libri o scrivono. Il senso? Il sapere umano si completa solo nella dimensione divina. Nella pala compaiono anche simboli botanici: il fico, frutto dolce, e il corbezzolo rosso, allusione al martirio.

Dall’altra parte il Romanino propone un «Compianto sul Cristo morto» di grande intensità. Il corpo di Cristo presenta proporzioni pensate per una visione in cappella. Colpisce soprattutto la Vergine, segnata da un dolore autentico, non idealizzato. Il realismo bresciano non riguarda solo luci scure o volti popolari, ma anche la rappresentazione sincera delle emozioni umane.

Dettagli dei due dipinti al Diocesano
Fotogallery
6 foto
Dettagli dei due dipinti al Diocesano

Più avanti si incontra il «Compianto sul Cristo morto» di Francesco Prata da Caravaggio, pittore lombardo importante per la città poiché firma la pala d’altare della chiesa di sant’Agata: molte persone potrebbero dunque già conoscerlo senza saperto. L’opera in questo caso proviene da Isorella. Una sezione importante è dedicata a papa Montini, Paolo VI, con i bozzetti preparatori realizzati da Lello Scorzelli per il monumento funebre in cattedrale.

Non manca l’arte contemporanea con le chine del maestro tedesco Anselm Roehr dedicate alla Divina Commedia. Il tratto espressionista proietta su Dante e Virgilio l’inquietudine dell’uomo del Novecento segnato dalla guerra. La sala dei piccoli capolavori raccoglie opere minute ma preziose: un «Ecce Homo» della bottega di Tiziano Vecellio proveniente da Mocasina, dipinto su pietra, tecnica resa celebre da Sebastiano del Piombo; un bozzetto della scuola di Tintoretto; un Cristo benedicente di grande raffinatezza; un minuscolo San Girolamo penitente del Romanino destinato alla devozione privata.

Di grande rilievo anche la sezione degli argenti sacri, con reliquiari, ostensori e calici provenienti dalle migliori botteghe cittadine. Spicca il calice della Madonna di Valverde di Rezzato, straordinario trionfo di micro-scultura: figure alte pochi centimetri ma lavorate con dettaglio monumentale. Recentemente questi piccoli capolavori sono stati oggetto di una mostra, che è confluita in un catalogo a cura di Renata Massa.

Alcuni pezzi dalla sezione degli argenti sacri, con reliquiari, ostensori e calici
Fotogallery
5 foto
Alcuni pezzi dalla sezione degli argenti sacri, con reliquiari, ostensori e calici

Subito dopo si apre la raccolta di icone, mentre l’ultima parte del primo piano conduce al Seicento e al Settecento, con una sezione dedicata agli ex voto, spesso opere di pittori amatori ma qui affiancate anche da lavori di artisti più noti.

È presente, inoltre, una vasta collezione di tessuti sacri, arricchita da una postazione tattile dove si può toccare un tessuto storico: una pianeta in velluto inserita in un totem accessibile. L’accessibilità è uno dei valori centrali del museo e uno degli spazi-simbolo di questa inclinazione è la Bottega del Moretto, ambiente completamente al buio che permette di esplorare l’arte attraverso il tatto. Non è l’unico strumento di accessibilità al Museo Diocesano: lungo il percorso ci sono anche – oltre a un’aula immersiva e multimediale – alcuni plastici tattili e didascalie in Caa, o Comunicazione aumentativa alternativa, per venire incontro alle persone con bisogni comunicativi complessi. Il museo ha promosso anche una open call per animare gli spazi didattici. L’artista selezionata è stata la street artist Serena Giribuola, che ha decorato due stanze con pannelli vivaci dedicati alla creatività.

Il murales nelle aule didattiche - © www.giornaledibrescia.it
Il murales nelle aule didattiche - © www.giornaledibrescia.it

Il refettorio

La visita si conclude scendendo nuovamente al piano terra. Nel grande refettorio, oggi sede di eventi e mostre, si trovano le monumentali ante d’organo dipinte dal Moretto, osservabili da vicino in uno spazio ampio e arioso. Di fronte è collocata la celebre lunetta con Cristo porta croce del Moretto, affresco strappato dalla chiesa di San Giuseppe. Nella navata destra della chiesa si vede ancora il segno lasciato dallo strappo, con la sinopia preparatoria rimasta sulla parete. Dall’altra parte dello spazio ecco dunque un’opera contemporanea che dialoga con queste: l’«Ultima cena» di Franca Ghitti.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Buongiorno Brescia

La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.

Canale WhatsApp GDB

Breaking news in tempo reale

Seguici
Caricamento...
Il tuo quotidiano, con tablet inclusoIl tuo quotidiano, con tablet incluso

Direttamente a casa tua, per tutta la famiglia a soli 0,90€ al giorno

SCOPRI DI PIÙ
GdB RUN | 7 giugno, piazzale Arnaldo. Iscrizioni aperteGdB RUN | 7 giugno, piazzale Arnaldo. Iscrizioni aperte

Novità 2026: due percorsi «Family» 5 km e «Ten» 10km

SCOPRI DI PIÙ