Al Diocesano c’è Pinturicchio, pittore di luce per i papi del ’400
Alla fine del Quattrocento fu l’artista di papi e cardinali che scoprivano a Roma il potere mediatico dell’arte classica riletta dal Rinascimento. Fu con Perugino e Botticelli sui ponteggi della cappella Sistina, decorò il palazzo dei Penitenzieri, dimora privata del cardinale Domenico della Rovere, e affrescò l’appartamento di Alessandro VI, papa Borgia, in Vaticano. Fu il primo ad utilizzare le decorazioni a grottesche, modellate sulle pitture che si andavano scoprendo nella Domus Aurea di Nerone. A Siena, nella libreria annessa al duomo, illustrò la gloria di Pio III Piccolomini.
Era abituato agli spazi imponenti dell’Urbe, il Pinturicchio. Ma sui muri di quei palazzi continuò ad operare con la minuzia e la grazia del miniatore che era stato in gioventù, quando era conosciuto col suo nome, Bernardino di Betto, e muoveva i primi passi da artista a Perugia, dove era nato attorno al 1454, prima di arrivare a Roma appena ventenne.
L’opera
E il gusto per la pittura raffinata e descrittiva, per i colori brillanti lumeggiati d’oro si ritrova nella preziosa «Madonna della Pace» che fino all’8 marzo sarà protagonista al Museo Diocesano di Brescia della nuova edizione di «Adoremus», l’invito alla meditazione attraverso la contemplazione della bellezza in occasione del tempo di Natale. Il dipinto, una tempera su tavola, fu realizzato attorno al 1490 a Roma per il canonico Libero Bertelli, raffigurato nel dipinto, che inviò l’opera al proprio paese natale San Severino Marche. Qui il dipinto è rimasto, sopravvivendo anche al terremoto del 2016, ora accolto al Marec - Museo dell’arte recuperata ospitato nel palazzo vescovile di San Severino, che l’ha inviato a Brescia in una sorta di scambio reciproco: il nostro Museo Diocesano si occuperà infatti del restauro di un altro dipinto danneggiato dal sisma.
Nella nostra città, la «Madonna della Pace» ha trovato un allestimento che ne valorizza la qualità pittorica e ne approfondisce i contenuti materiali e simbolici, con la curatela di Annamaria Lombardi e Nicolò Fiammetti, il sostegno di Banca Valsabbina e la collaborazione degli allievi dell’Accademia SantaGiulia. Con Fondazione Arte della seta Lisio di Firenze, inoltre, è stato allestito un percorso didattico e tattile che focalizza i dettagli degli abiti del Bambino (una dalmatica in seta bianca ricamata in oro, simboli di purezza e regalità, con l’immagine di una sirena ad evocare morte e resurrezione), della Vergine (la tunica in panno, la camicia il lino e la cintola che rimanda al parto virginale) e del committente (in panno rosso segno di ricchezza).
L’invito

«C’è bisogno di bellezza, nella nostra società – ha ricordato il vescovo Pierantonio Tremolada –. Bellezza che unisce la dimensione trascendente con la profondità dell’animo umano». Un «invito alla meditazione, ad una sosta contemplativa attraverso l’arte, che la Madonna della Pace riempie di ulteriore significato come appello a riempire di pace le nostre vite e la convivenza umana» ha sottolineato il direttore del Museo, Mauro Salvatore. La direttrice del Marec, Barbara Mastrocola, ha ribadito il valore di queste collaborazioni «che consentono di arricchire gli sguardi, e con lo sguardo penetrare nell’anima».
L’ingresso alla mostra è compresa nel biglietto del Museo, aperto dal lunedì al venerdì (chiuso il mercoledì) dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18, sabato e domenica 10-18. Info, anche su visite guidate: museodiocesano.brescia.it, 030-40233.
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