«C’è bellezza anche a Lumezzane, piccola Ruhr che non dorme mai»

L’architetto paesaggista Andreas Kipar dello Studio LAND sta lavorando al progetto Lumezzane 2030+: «Così la cittadina riconquisterà i giovani»
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

La densità di Lumezzane
La densità di Lumezzane

Andreas Kipar ci risponde mentre beve un caffè nel suo studio di Düsseldorf. È appena arrivato: le scorse settimane le ha trascorse in Italia, facendo tappa spesso a Lumezzane. È qui che il suo studio d’architettura del paesaggio – Studio LAND – sta lavorando negli ultimi tempi: il progetto Lumezzane 2030+ («dalla città-officina a officina del paesaggio») è stato affidato a loro. «Mi fa piacere parlare di qualcosa di bello», sorride prima di addentrarsi nell’intervista. «Bello»: una parola che non si sente spesso associata alla città di Lumezzane, e che lui invece rivendica con affetto. «Forse mi piace perché la sento familiare», dice. «Vengo dalla Renania-Westfalia, da una città che è simbolo della Ruhr industriale, dell’acciaio e del carbone. A Lumezzane mi sento un po’ a casa». La prima volta che ci mise piede fu quindici anni fa e la trovò «molto particolare. Una concentrazione simile non la vedevo nemmeno in Renania Settentrionale-Vestfalia. Non c’è diluizione, ma densità. È come un vino denso». Ora a quella cittadina così particolare sta dedicando parecchio tempo. Ma in cosa consisterà, dunque, quel masterplan paesaggistico, urbanistico e architettonico che nelle scorse settimane è stato presentato alla cittadinanza?

A volerlo è stata l’Amministrazione – in particolare l’assessore alla Cultura Lucio Facchinetti, l’assessore alle Attività produttive Claudio Gnutti e l’assessora all’Ambiente Giulia Ronchi – che ha affidato alla Fondazione Soldano e al maestro Daniele Alberti la narrazione. Un punto – la narrazione – che non è secondario, come spiega anche Kipar, e che nei giorni scorsi ha reso l’opificio ex Gs, in un palco per installazioni (quella del light designer Stefano Mazzanti, con musiche di Alessandro Costantinim e quella del photoclub di Lumezzane) e incontri aperti.

Una delle installazioni nell'ex Gs di San Sebastiano - Foto Davide Brunori
Una delle installazioni nell'ex Gs di San Sebastiano - Foto Davide Brunori

Dal punto di vista urbanistico e architettonico Lumezzane viene  spesso come città srana o brutta, mentre lei dice «bella». La casa-officina e gli edifici disposti in questa maniera si trovano solo qui o hanno qualche corrispondenza nel mondo?

Sfatiamo un mito! Lumezzane non è brutta. È una piccola Ruhr e ha qualcosa di particolare che mi colpisce molto: è un paesaggio produttivo che non dorme mai. Si ha sempre la sensazione che qualcuno stia producendo. E chi produce, oggi, è assai prezioso, in un momento in cui pensiamo che non si produca più. Detto questo, nel mondo si trovano situazioni simili. Nella Ruhr la scala era quella della grande fabbrica, ma nei villaggi operai in Cina, come nei quartieri operai di Shanghai, si trovano case una sopra l’altra che non si danno fastidio. È una forma di convivenza che ha l’obiettivo di produrre. Quando c’è un obiettivo, non c’è tempo per litigare: lo spazio è ridotto e ci si fa una ragione della situazione. I cittadini di Lumezzane si sono fatti il callo e di questo hanno fatto un vanto: hanno trovato un equilibrio solido e hanno tutte le carte in regola per mettersi in cammino. Finora abbiamo guardato alle aree industriali dismesse in Italia, in Germania, in Austria. Qui, invece, un intero Comune si mette in cammino. Non come area dismessa, ma come tessuto produttivo: è la chiave di tutto il progetto. Non aspettiamo di avere una crisi, questo è il messaggio. Anticipiamola, in tempi di motori accesi.

L'architetto Andreas Kipar durante la presentazione del piano alla cittadinanza il 9 ottobre 2026 - Foto Davide Brunori
L'architetto Andreas Kipar durante la presentazione del piano alla cittadinanza il 9 ottobre 2026 - Foto Davide Brunori

Al centro del progetto c’è una sorta di triade, giusto?

Sì:fare in modo che le persone tornino, far sì che i cittadini e le cittadine restino e rendere possibile per i giovani costruirsi qui il proprio futuro. La gioventù deve restare, tornare e costruirsi una vita. E la vita sta cambiando. Oggi c’è bisogno non solo di lavoro, l’hardware, ma anche di vita e bellezza, il software. Parlo dello spazio pubblico, che deve poter esprimere la dignità dei paesaggi produttivi.

Durante la presentazione ha parlato di rendere facile qualcosa che non lo è. Nel caso specifico di Lumezzane, quali sono le difficoltà concrete che un progetto di questo tipo vuole rendere semplici?

Le transizioni non sono mai facili. Viviamo in una società che passa dal materico al liquido, sempre più digitale e legata all’intelligenza artificiale. Ci vuole tanta energia. Il nostro è un doppio lavoro: non spegnere i motori, lasciandoli lavorare, e nel frattempo iniziare a lavorare sul futuro. Il progetto comincia con una narrazione (importante da questo punto di vista ciò che ha fatto la Fondazione Soldano) e una preparazione. Si tratta di valutare le tappe e dedicare tempo (oggi una forma di lusso: sembra che nessuno ne abbia più, ma in gioco c’è il nostro futuro). I lumezzanesi si sono presi del tempo e si stanno dedicando alla sostanza. Il corpo di Lumezzane è un corpo stretto, ben nutrito, solido, stratificato. Dall’altra parte c’è un’anima laboriosa, che si sente in ogni scorcio e panorama. Quando per secoli si è fatto questo, spesso non c’è tempo per il resto. Il vero primo passo è quindi partire da questo cosiddetto «resto»: lo spazio pubblico. La percezione, infatti, non arriva attraverso il costruito, ma attraverso il non costruito: strade, piazze, parchi, accessi ai boschi. Dopodiché si capiscono le relazioni tra le cose, gli spazi intermedi, e allora si può ragionare sulle architetture e sulle destinazioni degli edifici. Prima si partiva dal pieno. Oggi bisogna intervenire sul vuoto urbano. Questa è la premessa che ci ha guidato.

E oltre a questa premessa quali sono i temi che vi guidano?

Il primo è il tema sociale. Poi c’è il tema della città-natura: Lumezzane è la porta verso una ricchezza naturale fantastica, un accesso privilegiato al passato remoto. Il terzo tema è la nuova città produttiva. Come si presenterà quando non ci si vorrà più nascondere? Chi lavora con le mani non deve più temere di farsi vedere, la fabbrica di vetro è il futuro. Mai come ora, almeno in Germania, i giovani prima di studiare si formano professionalmente per fare i falegnami, lavorare il ferro, dedicarsi al giardinaggio. C’è un nuovo senso dello sporcarsi le mani. Il quarto e ultimo tema è la mobilità.

Lumezzane, città nel verde e sul verde
Lumezzane, città nel verde e sul verde

Un nervo scoperto per Lumezzane, dove non ci si sposta quasi se non in automobile…

Già. Non avrebbe però senso fermare ciò che già c’è. Bisogna piuttosto capire dove sono i flussi. Li abbiamo individuati: le prime azioni sono state individuate in questa direzione, evidenziando circuiti di mobilità differenziata in luoghi privilegiati. Succede spesso nelle città: si utilizzano sempre le strade pensate per le automobili, anche quando si è pedoni o ciclisti. A Milano, per esempio, per dare una nuova prospettiva abbiamo realizzato vie che si insinuano ai lati e nelle strade secondarie. È così che si scopre il mondo: prendendo la diagonale in un tessuto urbano, magari passando per un parco. In questo modo si incentivano gli spostamenti a piedi o in bicicletta. Le nuove generazioni preferiscono camminare. Una volta si prendeva la macchina e basta. Ma spesso la distanza percorsa in auto è persino più lunga di quella a piedi o in bici, a causa dei giri che si è costretti a fare. È questa la mobilità a cui puntiamo. Perché Lumezzane è una valle e c’è poco da fare, ma mi piace pensare che, entrando, ci sia un segnale che indichi di stare entrando in un distretto della produzione. Basterebbe inserire dell’asfalto vibrante per rallentare e far percepire agli utenti e ai passanti la particolarità del luogo. La seconda azione consiste nel creare tre progetti pilota.

Quali sono?

Sono tre progetti distribuiti sul territorio. È importante, perché qui ci sono le frazioni e i sette campanili. Il primo progetto è il palcoscenico tra natura, cultura e sport a San Sebastiano; poi c’è il primo tassello del Parco del Gobbia. Sono luoghi di agopuntura sul territorio, primi laboratori sui quali accendere un faro. Quando si accende la luce, si stimola la creatività. Si fanno uscire i cittadini dall’indifferenza. A San Sebastiano ci sarà un luogo di aggregazione sociale legato alla mobilità e allo sport. Diventerà una nuova piazza di socializzazione, non soltanto uno spazio funzionale. Vogliamo illuminare la linea continua della vallata con dei touchpoint, punti di contatto nei quali si possano già vedere concretamente alcune realizzazioni che introducono a ciò che verrà.

La serata di presentazione del masterplan di Studio LAND - Foto Davide Brunori
La serata di presentazione del masterplan di Studio LAND - Foto Davide Brunori

E che cosa verrà, in concreto?

Un percorso collettivo. Noi stimoliamo questo processo, insieme alla Fondazione Soldano, e gli stimoli cadono su un terreno fertile. Durante gli incontri c’è stata tantissima gente, nemmeno in Germania ho visto tale partecipazione. Dieci anni fa non sarebbe stato così. Non a caso, durante la mia visita, alcuni stakeholder di una certa età hanno sottolineato quanto sia importante trattenere i giovani e farli tornare. Chi torna e vede che sta succedendo qualcosa, magari decide di restare. I giovani hanno il vantaggio di potersi spostare dove succedono le cose, dove c’è qualcosa di exciting, di stimolante. Vedo questo come uno dei pochi progetti che si rivolgono davvero alle nuove generazioni, ed è per questo che mi sento molto coinvolto. Ecco perché bisogna lavorare prima di tutto sul tessuto sociale ed economico, non sui corpi morti. A Milano ho iniziato a lavorare su ex siti Alfa Romeo, Pirelli, Fiat, Maserati. Sono tutti cadaveri che aspettano di essere rianimati. Poter lavorare su un corpo vivente e vibrante è una sfida particolare. Merita rispetto per chi abita il territorio e chi lo anima. Ecco perché aggiungo l’importanza dell’accompagnamento culturale. La Fondazione Soldano è indispensabile per questo. Il futuro non nasce più dalla matita di un architetto, ma dalla collettività del luogo. Una settimana fa, il trekking urbano ha fatto scoprire Lumezzane a sé stessa. Il cambiamento non passa attraverso leggi o decreti, ma attraverso questo scambio di idee.

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