I lumezzanesi sono strani. Ma anche generosi ed egualitari

I lumezzanesi sono strani. Non lo dice solo chi scrive. Legittimamente: sono lumezzanese. Lo dice tutta la provincia. Basta dire «Sono di Lumezzane» perché l’interlocutore se ne esca con la battuta sulle esse aspirate, sulle forchette e sulla diffusa e spropositata ricchezza. Ma solo i lumezzanesi sanno cosa significhi crescere in Valgobbia. Anche provando a spiegarlo qualcosa resta sempre fuori, perché effettivamente la vita tra il Termine e il passo del Cavallo è quantomeno singolare.
Gli stereotipi in certi casi fanno sorridere, anche perché molti sono veri, verissimi. Leggere il marchio sulle posate nei ristoranti in giro per il mondo? Vero. L’officinetta al pianoterra? Verissimo, tanto quanto il rumore ritmato – ormai sempre più raro – delle trance mentre si cammina per il paese (quando non si prende l’automobile, più comoda). A proposito di automobile: verissimo anche lo stereotipo dell’essere maestri e maestre delle partenze in salita. Te lo insegnano alla seconda lezione di scuola guida. E vera pure la convinzione sul campanilismo tra le numerose frazioni.

Altro stereotipo con basi solide: quello delle case vacanze a Manerba e Moniga (per l’estate) e a Madonna di Campiglio (per l’inverno). Non tutti i lumezzanesi possono permettersele, è chiaro, ma anche in questo caso il fatto riguarda un po’ tutti i valgobbini, che hanno sempre un amico, una parente, un conoscente, una compagna di classe pronti a ospitarti e a condividere la-casa-al-lago o la-casa-in-montagna («casina», se è tra San Bernardo, il Sonclino, il Ladino e le Poffe).
Un’abitudine, questa, che parla di un aspetto lumezzanese che spesso ci si dimentica in questo mare di stereotipi solitamente buttati lì con la puzza sotto il naso di chi identifica i valgobbini come emblema della provincialità: Lumezzane è una città molto democratica ed egualitaria. Le scuole, dalle elementari alle superiori, sono tutte pubbliche, nonostante la ricchezza di cui si parlava inizialmente. Verrebbe da pensare che, nella culla di fior fiore di imprenditori e imprenditrici, i «figli dei ricchi» vadano alle private. Qualcuno sì (spostandosi a Zanano o a Brescia), ma la maggior parte resta lì. E così si cresce tutti insieme, senza percepire (almeno per qualche anno) le differenze di reddito. Perché Lumezzane è egualitaria e i lumezzanesi generosi. Senza pietismo né vanteria.
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