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Cultura e spettacoli

«Io, ateo, alla fine del mondo con Francesco e l’enigma degli enigmi»

Venerdì 25 settembre sarà a Brescia Javier Cercas, lo scrittore spagnolo autore di «Il folle di Dio alla fine del mondo» sul viaggio del papa in Mongolia. «Ora sono agnostico: dopo quella esperienza unica ho superato la mia fobia anti-Chiesa»
Gianluca Gallinari

Gianluca Gallinari

Caporedattore

Papa Francesco tra i fedeli di Ulaanbaatar, capitale della Mongolia - Foto Vatican media
Papa Francesco tra i fedeli di Ulaanbaatar, capitale della Mongolia - Foto Vatican media

Ascoltarlo parlare è quanto di più vicino a leggere uno dei suoi libri. Javier Cercas costruisce (in un italiano impeccabile, a dispetto del passaporto spagnolo) architetture di parole che possono assumere ora la forma del racconto, ora il tono della lectio accademica, o ancora la confidenza della riflessione intima, senza perdere mai in immediatezza. E spesso con un quid di ironia e umorismo contagiosi.

Chissà che non abbiano pesato queste doti nella decisione del Vaticano di affidargli a settembre 2023 un’opportunità unica per uno scrittore, ateo per giunta: accompagnare un papa, Francesco, in un viaggio altrettanto singolare. Destinazione la Mongolia, in una delle comunità cattoliche più remote e piccole del globo (1.500 fedeli). Esperienza confluita in un libro senza precedenti: «Il folle di Dio alla fine del mondo» (Guanda, 2025, 464 pp.), che Cercas presenterà venerdì, 25 settembre, alle 20.45 al Museo Diocesano di Brescia (via Gasparo da Salò 13) in un incontro promosso dalla Cooperativa Cattolico-democratica di Cultura e Librixia dal titolo «La responsabilità dello scrittore». Dialogherà con lui Lorenzo Fazzini, responsabile della Libreria Editrice Vaticana, che per primo gli prospettò il progetto del viaggio (posti a sedere esauriti, sarà possibile seguire la conferenza dal chiostro).

Lo scrittore spagnolo Javier Cercas - Foto Yuma Martellanz
Lo scrittore spagnolo Javier Cercas - Foto Yuma Martellanz

Il folle di Dio e un folle senza Dio, un papa e un cattolico ateo, in viaggio alla fine del mondo. Una cosa incredibile, Cercas?

Straordinaria. Un enorme regalo. Un viaggio non solo in Mongolia, ma al centro della Chiesa: in Vaticano. Non so come abbiano pensato a me: quando me lo ha proposto Lorenzo Fazzini mi ha detto: «È la prima volta che il Vaticano apre le porte a uno scrittore». Mi sento un privilegiato. A chi mi chiede perché ho accettato, rispondo: come potevo non accettare?. Come potevo rifiutare di esplorare un’istituzione di duemila anni, unica al mondo, centrale per la nostra civiltà? Come rifiutare l’opportunità di parlare col papa e sapere cosa dice davvero la Chiesa in un tempo in cui siamo tanti «folli senza Dio»?

La sua condizione era poter rivolgere al papa una domanda sulla risurrezione della carne e la vita eterna. Per sua mamma.

I libri non nascono se non da un’urgenza personale. Altrimenti, può esserci un reportage, un articolo. Non un romanzo, qual è per me questo: un romanzo senza finzione in cui si mescolano cronaca, trattato di teologia, saggio biografico sul papa e una sorta di autobiografia di un folle senza Dio. Io l’avevo un’urgenza personale: ho pensato subito a mia mamma. Una grande credente: la fede di Bergoglio poteva risultare fragile accanto alla sua. Quando morì mio padre - che ha amato per oltre 50 anni -, disse che l’avrebbe rivisto dopo la morte. Non era un’idea sua, ma il credo dei cristiani. Questa follia è il centro del cristianesimo. Lo dice San Paolo. Così ho saputo subito quale sarebbe stato il tema del libro: parla di un folle senza Dio. Una persona educata nella fede che l’ha perduta che va alla ricerca del folle di Dio: Francesco. Il primo Papa gesuita, il primo sudamericano, il primo a chiamarsi Francesco (come il santo di Assisi, il folle di Dio, appunto, ndr). E dove va a cercarlo? Alla fine del mondo, in Mongolia, per porgli la domanda più semplice e più complessa. Più elementare e più difficile. Più centrale ma che pure un bambino potrebbe fare: «Mia mamma vedrà mio padre dopo la morte?». E portare a lei la risposta del rappresentante di Dio in Terra. Così, questo libro - come tutti i romanzi che ho scritto e che amo nella letteratura - è un giallo, con un enigma e qualcuno che vuole decifrarlo. La differenza semmai è che in questo romanzo parliamo dell’enigma degli enigmi. Quello centrale del Cristianesimo: la risurrezione della carne nella vita eterna.

Il libro è unico, ma tra le pagine è accostato a «Con il Papa in Terrasanta» di Dino Buzzati che nel 1964 viaggiò con Paolo VI. Trova analogie fra i due papi?

Non conoscevo il testo di Buzzati, scrittore che amo. L’ho letto poi, e devo dire che in realtà non assomiglia al mio libro. Ma fra i due papi, sì, ci sono tante somiglianze, come pure molte differenze. Quello in cui più si assomigliano, per me, è la volontà di proseguire la rivoluzione che la Chiesa ha intrapreso col Concilio Vaticano II, aperto da Giovanni XXIII e concluso dallo stesso Montini. È il momento in cui la Chiesa dice «abbiamo sbagliato strada. Dobbiamo tornare al Cristianesimo di Cristo». Un uomo pericoloso, un sovversivo, un rivoluzionario che parlava di pace e uguaglianza fra uomini e donne, che alle persone di potere preferiva la povera gente: un mistico francese sosteneva che la cosa più contraria al cristianesimo è lo spirito borghese. Quando la Chiesa ne diviene cosciente è una rivoluzione. Paolo VI l’ha avviata. Dopo un periodo più tradizionalista con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ecco Francesco, primo papa figlio del Concilio, che l’ha proseguita in modo evidente. Per cui la volontà di riformare la Chiesa credo sia il trait d’union più solido fra Paolo VI e Francesco.

A proposito di papi, lei si è occupato di varie figure reali, tra golpisti («Anatomia di un istante») e finti deportati («L’impostore»): qual è la responsabilità dello scrittore – tema dell’incontro – nell’occuparsi di un papa?

Per quel che mi riguarda è la stessa, che io scriva di un papa o della persona più umile del mondo. Perché non c’è una differenza sostanziale. Credo che Francesco sarebbe d’accordo.

Lo stesso approccio riserva in effetti agli altri folli di Dio incontrati in Mongolia: i missionari di cui raccoglie le testimonianze.

Assolutamente. Una delle cose che mi fa più felice è aver dato la parola a questa gente di un’umiltà straordinaria. Sono coloro che davvero seguono il cristianesimo di Cristo.

Una di loro, suor Francesca, le dice che portano il Vangelo a dispetto della lingua perché «dicono la fede con la loro vita». È questa la Chiesa di Francesco?

Decisamente. Francesco diceva sempre: «Conta anzitutto l’esempio, non solo le parole».

In tema di parole, lei, da filologo, afferma che la Chiesa ha un problema di linguaggio.

Sì. Il linguaggio della Chiesa è vecchio, non è interessante. Cristo convinceva per il suo esempio, ma anche per le sue parole. Diceva cose sorprendenti con un linguaggio nuovo. Quello della Chiesa, invece, spesso è criptico. La parola forse più importante del papato di Francesco nessuno la capisce. Non la mia mamma, immagino neppure la sua: «sinodalità» vuol dire passare da una Chiesa verticale, gerarchica, a una orizzontale, più aperta alla gente. Io stesso, pur formato nel cattolicesimo, l’ho appreso solo in Vaticano. Il linguaggio della Chiesa non riesce a essere attrattivo. Ma io dico, se uno scrittore non è attrattivo, chi lo legge?

Attrattivo è invece l’umorismo che la accomuna al papa...

Assolutamente. Lucio Brunelli, vaticanista e suo grande amico, mi disse una frase di Francesco: «La cosa più vicina alla grazia divina è il senso dell’umorismo». E in spagnolo (lingua madre di Bergoglio, ndr), una persona «graciosa» è una persona che fa ridere. E che dunque ha la Grazia. Un concetto di un’intelligenza straordinaria. Quando ridiamo capiamo tutto. Siamo illuminati, la Grazia divina è una forma di conoscenza. Per uno scrittore è fondamentale. Io ero fobico della Chiesa, come tanti in Spagna, complice il franchismo. Ho dovuto mettere da parte la fobia per scrivere questo libro, eliminare i pregiudizi verso il Vaticano che tutti abbiamo. Una delle cose che mi faceva detestare la Chiesa era la sua serietà. Il filosofo Emil Cioran dice che «le religioni sono una crociata contro il senso dell’umorismo». E anche Nietzsche contesta ai cristiani le «facce da funerale». La posizione radicale di Francesco sull’umorismo è stata per me una grande sorpresa, come tutto in Vaticano. E sono felice quando qualcuno mi confida: «Sto leggendo un libro sulla Chiesa e sto ridendo». Effettivamente vuole essere un libro umoristico. Molto serio, ma, diciamo... un grande scherzo.

Papa Francesco in partenza per la Mongolia - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Papa Francesco in partenza per la Mongolia - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Tra Bergoglio e Prevost vede più discontinuità o continuità?

Non c’è dubbio: la continuità è molto più rilevante. Diversità c’è semmai sul piano formale. Papa Francesco è stato un papa dirompente, scelto perché era quello di cui la Chiesa aveva bisogno allora. La strada di Leone è la stessa, ma il modo di percorrerla è più tradizionale. Del resto Prevost è innanzitutto un missionario. Uno di quei folli di Dio, visionari, che Francesco è andato a trovare in Mongolia.

A tre anni dal suo viaggio si considera ancora ateo? Fazzini nel libro scherzando la prega di non convertirsi per almeno 4 anni per il bene del libro...

Certo. Per poi raccontare la mia conversione in un altro libro, un genere che vende milioni di copie (ride). La fede è una cosa strana. Ho spesso invidia di chi l’ha, come mia mamma. Parlo di superpotere nel libro. Ma il problema è: come si fa a tornare alla fede quando la si è persa? Il cardinal Tolentino (prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, ndr), era d’accordo con me nel considerare la fede come «un’intuizione poetica». Papa Francesco invece mi ha detto: «No, è un dono». Io penso siano la stessa cosa detta con parole diverse. In ogni caso, credo di essere passato da ateo ad agnostico, perché è impossibile dimostrare razionalmente che Dio esiste, ma pure che non esiste. E aggiungo che la mia fobia anti-Chiesa è sparita e mi sono riconciliato in tante cose. Con lo spirito antiborghese della Chiesa, con la radicalità di Cristo e con la sua ribellione contro la morte, centro del cristianesimo: mi piace molto, perché non mi piace la morte.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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