Non servono grandi capacità artistiche. O meglio: non serve il manierismo, non serve la prospettiva, non serve sapere dove cadono le ombre. Non necessariamente. Ciò che serve sono la creatività, l’anima e la voglia di comunicare qualcosa. Al resto ci pensa Gigi Simeoni, che da semplice fumettista, sceneggiatore e romanziere per qualche tempo diventa il timoniere delle matite dei partecipanti al corso di fumetto che mischia «dentro» e «fuori», dove «dentro» sono le celle della casa circondariale Nerio Fischione (Canton Mombello) e «fuori» è la biblioteca di Borgosatollo. Il doppio corso di fumetto – al quale stanno già partecipando persone di ogni età – correrà parallelo per qualche tempo e alla fine – questo è l’intento – potrebbe trasformarsi in mostra o persino in un prodotto editoriale.
Come sta Sime e come sta Dylan?
Dylan compie quarant’anni. Ultimamente ho preso un po’ le distanze perché avevo accumulato storie da pubblicare: ce ne sono alcune mie che devono ancora uscire. Ho approfittato della pausa per scrivere «Zagor», «Dampyr»… La Sergio Bonelli è una fabbrica: dove c’è bisogno si va. Detto questo, nel frattempo, un anno fa ho pensato di aumentare l’insegnamento, non solo alla Scuola internazionale di Comics. Ho tenuto un corso al liceo Canossa e mi sono trovato molto bene: i ragazzi si sono divertiti. Ne ho fatto uno anche alla biblioteca di Nave. Mi sono proposto quindi alla Bcc, di cui sono socio della commissione Cultura, per coinvolgere i paesi in cui ci sono le filiali con corsi nelle biblioteche.
Come siete arrivati al corso a Canton Mombello?
A Natale mi hanno proposto un corso di fumetto a Borgosatollo e nel frattempo avevo approfondito i contatti con Arianna Carminati, garante dei diritti delle persone incarcerate a Canton Mombello e Verziano. Ho pensato: sarebbe bello gemellare una realtà «fuori» con una «dentro». E così è nato questo doppio corso: gli studenti della biblioteca di Borgosatollo stanno quindi usando il fumetto per parlare delle prigionie mentali contemporanee (la dipendenza dai social, il matrimonio soffocante, il lavoro pesante) mentre i ragazzi di Canton Mombello indagano la libertà come stato mentale da curare all’interno del carcere. Sta piacendo: abbiamo appena iniziato.
Come sta andando?
Li ho trovati tutti molto motivati. In carcere abbiamo iniziato in sordina: da quindici interessati se ne sono subito aggiunti cinque e poi altri tre, dopo aver sbirciato dal corridoio. L’età è varia: a Borgosatollo ci sono una ragazzina di 17 anni e un signore di 72; e anche in carcere c’è un bel gap, si va dai 20 ai 65 anni.

Cosa si aspetti che esca, non solo dal punto di vista umano ma anche da quello creativo?
Molte persone arrivano al corso intimidite perché pensano che per fare fumetti serva saper disegnare. Non è così. Serve avere una storia da raccontare. Io aiuto a trasporla sulla carta. Poi la rappresentazione può essere elementare, ma se ha un’anima, comunica. Altrimenti non avremmo capolavori come quelli di Basquiat, Munch, gli espressionisti. Non ci sono anatomia e prospettiva, ma anima e furore. Non serve manierismo. Si può raccontare anche solo con quadratini o pallini, usando un linguaggio universale.
I fumetti prodotti in carcere e in biblioteca potranno poi trasformarsi in prodotti editoriali?
Vorremmo allestire una mostra collettiva incrociata, permettendo ad alcuni degli studenti del carcere di andare a Borgosatollo e viceversa. Dal punto di vista editoriale, chissà. Il laboratorio carcerario viaggia con le donazioni. Servirebbe qualche privato per la stampa. Una persona benefattrice ha già pagato tutto il materiale per il carcere. Magari troveremo investitori anche per la pubblicazione.
Oltre ai fumetti, sta lavorando a qualcosa di nuovo?
Sto scrivendo. Ho chiuso il terzo romanzo, l’ho appena consegnato al mio editor. Oggi attaccherò con il prossimo, che era rimasto in sospeso. Quello concluso ieri è la novelization – ovvero la trasposizione in prosa – de «La Stria», storia ambientata in Valtrompia. Quello che sto invece per continuare è la seconda puntata con il commissario De Vitalis di «Gli occhi e il buio», alle prese con un altro caso, sempre all’inizio del Novecento a Milano. Si parla di salotti borghesi e sedute spiritiche.




