«I lupi di Hitler» dello sceneggiatore bresciano di Dylan Dog

Ha camminato nei luoghi e ha letto articoli, guardato fotografie e preso spunto da film e narrazioni diverse: Luigi «Gigi» Simeoni, bresciano, ha scritto un romanzo diverso dai suoi classici fumetti e graphic novel e si è immerso fino in fondo nella vicenda, perché «le cose le scrivi meglio se le senti, se le conosci». «I lupi di Hitler» (Newton Compton) uscirà il 4 novembre ed è la trasposizione in prosa di «La corsa del lupo» (Bonelli Editore), romanzo a fumetti che parla della caccia all’antica corona di Re Erode negli anni della Seconda guerra mondiale.
La genesi di questo thriller storico è però più intricata di quel che pare e, anche se venne pubblicato prima a fumetti, l’autore lo pensò sin dall’inizio come romanzo: a parlarcene è lo stesso Simeoni, noto per le sceneggiature di Dylan Dog, che da qualche anno collabora anche con la Scuola Internazionale Comics di Brescia.
Simeoni: lei è conosciuto come fumettista e sceneggiatore. Quando ha deciso di darsi al romanzo in prosa?
Questo è il secondo che avevo nel cassetto. Il primo fu una prova che trasposi comunque in forma di graphic novel, «Gli occhi e il buio». Ebbe subito successo e l’editore Bonelli mi chiese immediatamente un nuovo romanzo a fumetti. L’idea che mi venne fu questo soggetto, da cui nacque la storia per «I lupi di Hitler». Cominciai a lavorarci, ma il lavoro a fumetti chiamava e scrissi nel frattempo un altro graphic novel, un horror ambientato negli anni Ottanta. L’idea è però rimasta lì e ha preso sempre più corpo negli anni, finché mi ha convinto del tutto. Ho deciso di scriverla in forma di romanzo, ma per varie vicissitudini alla fine uscì in forma di romanzo a fumetti con il titolo «La corsa del lupo». Ma è normale: la forma larvale in cui avevo messo a fuoco la trama avrebbe potuto svilupparsi in diverse forme, anche come graphic novel. E ora ha raggiunto la forma originaria, quella per cui l’avevo pensata.
Ma potrebbe anche diventare un film, dato che può essere retta da diversi medium. I thriller storici in effetti sono amati anche al cinema...
Sì, ma è un mondo strano. Se c’è un produttore con molte risorse è un conto, altrimenti risulta difficile fare un buon lavoro, dal momento che richiederebbe un impegno gravoso tra scenografia e costumi.
Quali differenze esistono tra graphic e prosa?
Sono più differenze distributive. Negli anni ho provato a proporre il romanzo a diversi editori, ma è difficile arrivare alla scrivania giusta. Mi sono fatto consigliare da amici scrittori e sono arrivato alla United Stories di Luca Briasco, Francesca de Lena e Colomba Rossi: l’agenzia mi ha subito detto che il romanzo aveva un buon tiro, ma essendo già uscito il lavoro a fumetti poteva esserci qualche problema. In realtà, i due pubblici sono diversi: chi legge il fumetto, chi legge il romanzo. Ecco perché non è illogico pubblicare entrambi. Newton Compton l’ha capito subito e in fretta e furia siamo arrivati alla pubblicazione. Il 14 settembre ho cominciato a lavorare all’editing, con tempi strettissimi, ma il fatto che io scriva da trent’anni è di certo un bell’allenamento. Anche quando scrivo Dylan Dog sono molto veloce. Insomma, mi fa molto piacere uscire prima di Natale. E il prezzo "da battaglia" mi fa altrettanto piacere: tenere la copertina rigida sotto i 10 euro è una bella scelta editoriale, rispettosa.
Quali sono i suoi autori e autrici di riferimento?
Mi vedo un po’ come un Pierre Lemaitre, thrillerista francese che descrive benissimo le persone. Lo faccio già nei fumetti: anche le comparse non sono mai ingranaggi, ma hanno una loro storia prima e dopo l’apparizione.
Il romanzo parte dalle vicende di Hans Weissmann, la SS, il carnefice; un po’ come ne «Le benevole» di Littel, con il punto di vista del carnefice. Come mai questa scelta? È difficile?
«Le benevole» è una lettura imprescindibile, così come il colonnello Hans Landa del film «Bastardi senza gloria». Le SS sono archetipi: il rigore, la meticolosità, la freddezza burocratica dei monaci guerrieri invasati e pronti a dare la vita… Mi sono quindi basato su un’immagine forgiata da narratori, ma ho usato realismo.
L’oggetto salvifico è la corona di Erode: cosa simboleggia?
Sono partito istintivamente cercando un oggetto che avesse a che fare con Cristo, ma che non fosse mai stato trattato. Qualche tempo fa lessi quindi che quella che gli archeologi reputano sia la tomba di Erode fu scoperta intorno al 2007. L’ambientazione del mio libro sono gli anni Trenta, ma mi affascinava e quindi ho integrato con invenzioni e scoperte più moderne. Una di queste invenzioni è la corona: fa parte del gioco, è verosimile che esista.
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