Risponde dall’auto, mentre macina chilometri in direzione Saluzzo, dove la sera lo attende un incontro pubblico. Domani, alle 21.15, sarà in Castello in dialogo con il direttore del GdB, Giorgio Bardaglio, per raccontare «Dopo Trump che cosa resterà di questo decennio e come ricominciare». Nel frattempo Francesco Costa, direttore del Post, riflette su Trump, Mamdani, Vannacci e sul mestiere di raccontare il mondo.
Lei passa molto tempo a spiegare il mondo agli altri. C’è un fenomeno sul quale pensa che ci si continui a fare la domanda sbagliata?
Più d’uno: noi esseri umani facciamo fatica a capire quello che ci succede intorno. Il caso più evidente è Trump: dopo più di dieci anni continuiamo ancora a interrogarci sulle ragioni del suo successo. Dovrebbe essere un fenomeno che abbiamo ormai capito e inquadrato, e invece continuiamo a discuterne come se fossimo all’inizio. In Italia succede qualcosa di simile quando affrontiamo problemi strutturali, come la crisi demografica: ognuno ha la propria teoria e la propria ricetta, ma siamo relativamente poco interessati a verificare quale sia davvero quella giusta. Forse perché temiamo di scoprire che avevamo torto.
Chi decide oggi l’agenda pubblica: i governi, le piattaforme, gli algoritmi? Chi riesce davvero a imporre un racconto?
Paradossalmente oggi è più difficile farlo rispetto al passato. Viviamo nell’epoca della frammentazione: ciascuno di noi ha una dieta mediatica diversa perfino da quella della persona che lavora nella scrivania accanto e questo rende molto più complicato imporre una narrazione. Certo, gli Stati, le grandi aziende o chi dispone di enormi risorse hanno ancora strumenti molto potenti, ma la frammentazione fa sì che moltissimo sfugga al loro controllo. I cosiddetti «poteri forti» hanno meno capacità di orientare l’opinione pubblica.
Molti guardano agli Stati Uniti come a un laboratorio del futuro. Cosa dovrebbero imparare invece gli americani dall’Europa?
Molto. Sul piano culturale gli Stati Uniti sono una società vivacissima, ma anche molto più spietata. Le persone cambiano casa dieci o dodici volte nella vita, è normale vivere lontano dal luogo in cui si è nati e questo rende le reti familiari e comunitarie molto più deboli. Da noi, invece, le famiglie e le comunità sono più fitte e questo significa che quando una persona cade si fa meno male. In America puoi saltare molto più in alto, ma se cadi il prezzo è enorme.
E sul piano politico?
Gli americani hanno un’idea della competizione molto più estrema. Lo vediamo anche nella corsa all’intelligenza artificiale: l’obiettivo è arrivare primi, conquistare una posizione dominante e preoccuparsi dopo delle conseguenze. Noi europei abbiamo quasi il difetto opposto: a volte ci preoccupiamo così tanto delle conseguenze da paralizzarci. Però questa prudenza ci ha anche evitato molti guai: pensiamo alla crisi degli oppioidi.

Per raccontare l’Italia a un pubblico americano, quale storia sceglierebbe?
Racconterei Amadeo Giannini, figlio di emigrati italiani, che dopo il terremoto e l’incendio di San Francisco fu praticamente l’unico banchiere in grado di prestare denaro a contadini, operai e artigiani, cioè a persone alle quali le banche non avevano mai prestato nulla. Finanziò la ricostruzione della città e cambiò per sempre il modo di fare banca. Quella banca si chiamava Bank of Italy e sarebbe poi diventata Bank of America. Finanziò il Golden Gate e perfino la produzione di Biancaneve e i sette nani. È una storia che racconta una caratteristica italiana che negli Stati Uniti si conosce poco: il nostro ingegno, la capacità di adattarci, di risolvere problemi in modo creativo. Oggi l’Italia viene vista soprattutto come un posto meraviglioso dove andare in vacanza.
La vittoria di Mamdani è una storia solo newyorkese o può essere un messaggio anche per la sinistra europea?
Sarei quasi confortato se fosse così. New York è un posto unico e quello che funziona lì non è detto che funzioni altrove, ma la lezione di Mamdani è molto interessante: ha scelto di parlare delle cose concrete che stanno a cuore alle persone, a cominciare dal costo della vita. Ma questo significa anche scegliere di cosa non parlare. Durante tutta la campagna elettorale hanno cercato di trascinarlo sui temi identitari più divisivi, quelli su cui la sinistra americana sa di essere minoritaria: lui ha evitato di farne il centro del dibattito. Ha osservato che cosa preoccupava davvero gli elettori e ha cercato di dare risposte a quei problemi.
Cosa sfugge agli aspiranti Mamdani?
Che lui non è mai andato in giro dicendo: «Io sono la vera sinistra». Ha fatto l’esatto contrario. Si è presentato come il candidato di chi voleva pagare meno d’affitto o avere autobus migliori. Ha cercato di convincere persone che non erano già d’accordo con lui. Questa è la politica: cercare il consenso anche fuori dal proprio recinto. E poi serve il talento: noi diciamo di votare i programmi, ma in realtà votiamo persone che riescono a incarnare credibilmente un’idea.
Tendiamo a leggere figure come Vannacci attraverso la lente del trumpismo. Ma è corretto?
Solo fino a un certo punto. Sicuramente c’è un tentativo di imitare lo stile di Trump: l’uso provocatorio dell’intelligenza artificiale, la ricerca continua dello scandalo, un certo modo di occupare il dibattito pubblico. Trump è un punto di riferimento per gran parte della destra radicale internazionale. Ma c’è una differenza sostanziale: Trump è un uomo che non crede in nulla, è disposto a sostenere qualsiasi posizione purché coincida con il proprio interesse. Vannacci, invece, mi dà l’impressione di credere davvero in un impianto ideologico. Ed è questo che considero più pericoloso.
Lei racconta spesso gli errori della politica. Qual è invece l’errore più ricorrente del giornalismo nel raccontarla?
Il primo errore è continuare a parlare soprattutto a chi ci legge già invece di trovare modi nuovi per raggiungere chi non si informa. Il secondo è raccontare sempre l’ultima puntata della storia, dando per scontato che tutti conoscano le precedenti. Se studi soltanto il 2022 non capirai mai perché la Russia invade l’Ucraina. Le notizie non arrivano dal nulla: sono sempre il risultato di una storia più lunga.
Ha detto più volte che il luogo degli Stati Uniti che continua a sorprenderla è il Texas. E dell’Italia, invece?
L’Italia cambia molto più lentamente degli Stati Uniti. Se però penso a una parte del Paese che oggi si trasforma con maggiore rapidità, direi Milano e, più in generale, la Lombardia. Anche Bergamo e Brescia stanno cambiando molto, così come Torino. È quel pezzo di Centro-Nord che mi sembra più agganciato al treno dell’Europa.




