Settembre, com’è noto, è mese vendemmiatore: «Se te enduvinet chel che gh’o en mà, t’en do en rezèmbol» (o, più generosamente, ena grata, dai…). Naturalmente la risposta all’ingenuo indovinello è scontata. Qui però ci interessa sapere qualcosa di più su questa parolina misteriosa: rezèmbol.
Diciamo innanzitutto che il vocabolo compare anche in molte altre varianti: innanzitutto rözèmbol e grezèmbol; ma anticamente si trovano anche le forme rözem, rézum, rezümì con identico significato, ovvero quello di racimolo (vocabolo, a dire il vero, ormai poco frequente anche in italiano). Insomma, si tratta di un piccolo grappolo d’uva, un sottomultiplo della grata. L’origine di rezèmbol (così come quella del suo equivalente in lingua italiana) è il latino racìmulus, vale a dire un piccolo racémus, un piccolo grappolo. Ma la vigna, linguisticamente parlando, è grande e, girando tra i filari, veniamo a sapere che nel greco antico rax era il chicco d’uva, el grà de ùa; e, se andiamo un filare più indietro, scopriamo che molte parole che hanno a che fare col vino e la coltivazione della vite sono ancor più antiche e risalgono a una primigenia civiltà mediterranea: prima di Roma, prima ancora della Grecia classica…
Ma per una volta, lasciamole da parte le aride questioni sull’origine delle parole: l’importante è che la vendemmia vada bene, che l’uva sia giusta e il vino venga buono. E, a proposito di etimologie e di latino, ricordiamo quanto dice la saggezza popolare: chei che ghe sa el latì, i vanta l’aqua, ma lur i bev el vì.




