Mio nonno, quando uno di noi nipoti se ne usciva con un’idea o un comportamento – nel bene o nel male – inusuale (poteva essere tanto un’idea geniale quanto una panzana colossale) così ci apostrofava: «Ma che armèle gh’et déter en chela söca lé? Nà a saì!», che starebbe per: «Che semi hai nella zucca?! – intesa come testa – È un mistero!».
Già, perché in bresciano, oltre a mondì/mundì (di cui già si è detto), c’è un altro termine per definire il seme di un frutto: armèla. Il ricorrente Vocabolario dei seminaristi (1759) alla voce mondì recita: Anima. Il seme de’ frutti dentro il nocciolo, dal quale nascon le piante. Per armela – ma anche arma, armiöl, armèl – abbiamo invece noccioletto, diminutivo di nocciolo. Ecco la differenza, dunque: mundì/mondì sarebbe il semplice seme, armèla il nocciolo legnoso (pensiamo alle ciliegie, alle pesche ecc.).
Nell’uso, però, le cose si complicano: alcuni mi dicono che, magari in forma diminutiva (le armiline del’angüria, del milù), anche armèla può valere seme; per altri invece a fare la differenza è il guscio legnoso. Sia come sia, il confine è sottile e l’uso varia da contrada a contrada; in fondo le due accezioni sono prossime e possono tranquillamente convivere.
Ah, ma non finisce mica così! Da dove arriva armèla? Qui la questione si fa davvero imbarazzante perché alcune fonti rimandano ad arma (variante di alma ovvero anima, vale a dire il cuore del frutto), altre la fan derivare, attraverso le parlate venete, dal greco armeniakós, che sta per albicocca (Prunus armeniaca), frutto giuntoci – dicono – dell’Armenia. È davvero un bel mistero!




