Quando il cocker passeggia nella vigna

Chi, almeno una volta nella vita, magari da bambino, non si è sentito rivolgere l’epiteto can de l’ùa (o anche óa)? Sì, ma che ha a che vedere il cane con l’uva?
Un cocker sul prato - Foto Unsplash
Un cocker sul prato - Foto Unsplash

Chi, almeno una volta nella vita, magari da bambino, non si è sentito rivolgere l’epiteto can de l’ùa (o anche óa)? Sì, ma che ha a che vedere il cane con l’uva? Chi è fuori posto?

Siamo ancora una volta sui territori della paretimologia – che parolaccia! – quella “cosa” che inventiamo tutte le volte che attribuiamo a una parola origini più o meno fantasiose sulla base di somiglianze, analogie, suggestioni e che qui – a forsa de dai e dai! – è diventata patrimonio linguistico comune.

In questo caso è l’uva che si è introdotta furtivamente nel nostro modo di dire. L’espressione viene da lontano ed è di origine francese: chien de l’oie, ovvero “cane dell’oca” o “cane da oca” (chissà… forse ce l’ha portata nei secoli andati qualche soldato o qualche mercante!). Vediamo un po’ di risolvere l’arcano: se esistesse una sorta di scala sociale dei cani, all’apice vi sarebbe senz’altro il cane da caccia, addestrato a svolgere un’attività nobile e impegnativa; poi verrebbe il cane da guardia, che una sua responsabilità pur ce l’ha; a seguire incontreremmo il cane pastore, che l’attenzione ce la deve mettere e un poco di fatica la fa; da ultimo avremmo il cane destinato a far la guardia alle oche, che davvero è poca cosa. Il cane da oche è quindi un soggetto buono a nulla, un furbacchione, un mezzo imboscato: «Sta atento, te, can del’ùa!».

La pronuncia distorta dell’espressione francese, resa pressappoco con scen de l’uà, ha portato con il tempo a confondere l’oca (oie pronunciato uà) con l’uva, in dialetto appunto ùa / óa.

Ed ecco che il nostro cocker è pronto per la vendemmia.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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