In verità non sarebbe la stagione giusta, viste le temperature di questi giorni, ma oggi si parlerà di flanella, anzi, dell’espressione fà fanèla. Non è formula solo e tipicamente bresciana; è infatti ben attestata sia in area veneta che nel resto del Settentrione (e non solo); ma nel nostro dialetto (forse oggi un po’ meno) è sempre stata presente: fà fanèla, ovvero vagabondare, andarsene in giro senza una meta, girulà, insomma.
Ebbene: fà fanèla con la fanèla – l’indumento che un tempo segnava l’inizio della stagione fredda e sostituiva l’estiva canotiéra – quanto a etimologia, non c’entra proprio nulla. Il termine fanèla, intesa come maglietta della salute, ci viene dal gallese, lingua celtica, attraverso il francese. Il gallese gwalen – che di primo acchito a fanella somiglia poco, ma fidiamoci dei linguisti – significa semplicemente lana. L’espressione fà fanèla invece, ha origini ancor più remote. Giunge dall’Islanda, dove il verbo flana vale andare a zonzo, bighellonare, passeggiare. Anche in questo caso è il francese a fare da tramite; ed è appunto in Francia che, con gli stessi significati, troviamo il flâneur (e i corrispondenti flâner e flânerie), termine coniato dal poeta Baudelaire e tipicamente legato alla Parigi di metà Ottocento: il flâneur è colui che passeggia svagato, osserva curioso, che el girùla.
Certo, il nostro fà fanèla è assai più prosaico e meno letterario: ve lo immaginate Baudelaire che passeggia su corso Zanardelli, mentre qualcuno, dando di gomito al vicino, nota ridendo: «Varda el Bodlèr che ghe vansa föra la fanèla dele braghe!»?




