Già a metà Ottocento Cesare Cantù notava come, cambiando il mondo, cambiasse anche il dialetto (Grande illustrazione del Lombardo-Veneto ecc. 1856). Tra gli esempi citava una figura parentale, quella degli zii. Noi oggi usiamo el zio e la zia, senza sospettare che si tratta di un’acquisizione ottocentesca; anticamente lo zio era el barba e la zia la meda.
Circa l’origine di meda, è l’evoluzione del vocabolo latino àmita, la sorella del padre (la sorella della madre era la matértera). Quelli che la sanno lunga giustificano il passaggio amita >meda con una «lenizione non sincopata e concrezione dell’articolo»: chapeau! Noi, comuni mortali, ne prendiamo atto. Per il barba la situazione è più complicata; il termine è antico (già Dante ne fa uso: e parranno a ciascun l’opere sozze / del barba e del fratel Par. XIX, 136-137). Un primo dato: il riferimento alla barba (la parte per il tutto), elemento di virilità e di autorevolezza, parrebbe scontato.
Tuttavia, nel latino classico, quello che si studia – pardon: si dovrebbe studiare! – a scuola, lo zio materno (questo era per i Romani il barba), era chiamato avunculus; il vocabolo avrebbe sostituito barba già in epoca arcaica. Ma barba, voce popolare, gli sarebbe sopravvissuto nella parlata, tanto da riemergere nei secoli in cui cominciarono a formarsi i volgari (e i dialetti) ed arrivare fino – quasi – a noi. E l’avunculus? Quello – non lo sapevate? – è emigrato: lo ritroviamo in francese (oncle), rumeno (unchi), inglese (uncle), tedesco (Onkel). That’s all, folks!




