I falsi amici sono quei vocaboli che, in lingue diverse, hanno forma simile ma significato differente, il che può creare equivoci e malintesi: in spagnolo asino si dice burro; esquisito in portoghese vale per strambo; gara per i romeni è la stazione; in inglese library è la biblioteca ecc.
Anche il dialetto e l’italiano hanno i loro falsi amici. Alcuni esempi: miseria in italiano possiede numerose accezioni, legate in genere, in senso proprio o figurato, all’idea di povertà, carenza, privazione. Ebbene, il bresciano usa comunemente miseria (o mezérgia) anche nel senso di indolenza, svogliatezza, pigrizia: La matina gh’o miseria a saltà föra del let! (situazione, molto comune).
Ancora: in italiano ingrato indica in genere chi manca di riconoscenza e il suo significato appartiene alla sfera “morale”; usato in questo senso – e può capitare – in bresciano è un evidente italianismo. Osserviamo ora questa situazione: mi fanno assaggiare un formaggio particolare; rispondo: El set che l’è mia ingrato? Ovvero: «Sai che non è niente male?».
Un terzo esempio è viagià, usato spesso in bresciano, oltre che nel significato di viaggiare, anche in quello di andare veloci, correre: Varda chela machina lé come che la viagia! E ancora: considerà nel senso di apprezzare, stimare, accezione che in italiano è secondaria.
«Ma non sono veri “falsi amici”» direte voi. Ne convengo: magari non così falsi come quelli indicati sopra, ma sono comunque vocaboli usati con significati che in italiano sono marginali. Quindi amici che, se pur non sono proprio dei più falsi, diciamo che…l’è mei tigniga sö l’öcc!




