Democrazia e liberalismo, storia di successo di un connubio impossibile

Il 13 marzo sarà in tutte le librerie, l’ultimo saggio del politologo francese Yves Mény dal titolo «Fragilità della democrazia. Rappresentanza, Legittimità, Sovranità nel XXI secolo». Il libro del grande studioso di democrazia e populismo, edito da Morcelliana (192 pp., 16 euro) è stato curato e tradotto da Carlo Muzzi che si è occupato anche della prefazione. Proponiamo qui in formato integrale e in anteprima l’introduzione.
Il connubio tra liberalismo e democrazia è stato una «storia di successo», nonostante contraddizioni che sembravano insanabili. Vale la pena interrogarsi su questo paradosso: come hanno potuto fondersi fino a diventare complementari due visioni del mondo all’apparenza inconciliabili?
Oggi, all’inizio del XXI secolo, viviamo un passaggio d’epoca. Il dibattito sul declino delle democrazie occidentali ruota attorno a un punto: la componente liberale, quella che era considerata decisiva, sembra indebolita, persino minacciata di estinzione. Ciò che un tempo era inimmaginabile e indicibile – l’idea stessa di una «democrazia illiberale» – è ora materia di discussione pubblica. Viktor Orbán ha osato rompere il tabù e proclamare questo obiettivo, trovando il consenso di uno stuolo di politici europei e nordamericani, senza contare numerosi ammiratori e zeloti nel resto del mondo.

Come spiegare questo paradosso? Liberalismo e democrazia, inizialmente percepiti come avversari, sono diventati fratelli siamesi: la loro separazione rischierebbe di essere fatale. L’antinomia tra i due concetti ha origine nel XVIII secolo, attraversa il XIX e arriva fino a noi. Nessuno dei due è mai stato pienamente realizzato: entrambi hanno conosciuto momenti di gloria seguiti da cadute rovinose. Negli anni scorsi ho cercato di raccontare, in una sorta di viaggio geografico e storico, il cammino della democrazia: un percorso tortuoso, sotterraneo o pubblico, glorioso o miserabile («Le vie della democrazia», il Mulino 2024 ndr). La vicenda del liberalismo, più recente, non è meno complessa. Ha sempre avuto due anime – quella economica e quella politica – talvolta complementari, talvolta in conflitto.

La prima, l’economica, naviga a vele spiegate, anche se la sua natura è cambiata nel corso di questo lungo percorso che parte dagli antenati scozzesi, inglesi e francesi, i quali posero le prime basi del pensiero economico – e permisero di uscire dal mercantilismo ormai al tramonto – fino ai figli, legittimi o meno, del pensiero economico contemporaneo, che spaziano dai più moderati ai più radicali.
La seconda anima, quella politica, ha attraversato anch’essa fasi alterne: eccessi, abbagli, critiche da destra e da sinistra, anche se un punto comune lega lo sviluppo del liberalismo, cioè la resistenza al potere assoluto o arbitrario. Ma, come l’araba fenice, il liberalismo politico ha sempre trovato il modo di rinascere dalle proprie ceneri. Imperfetto, certo, ma irrinunciabile. Il 1989 – la fine della guerra fredda e il crollo del blocco sovietico, due secoli dopo la Rivoluzione francese – ha segnato il suo apice, celebrato con la formula della “fine della storia”. Ma quella che appariva la vittoria definitiva poteva rivelarsi (e forse può ancora rivelarsi) un canto del cigno. Trascinando con sé, nella caduta, anche l’altra metà del binomio: la democrazia.
Il dilemma è chiaro: dove vanno le nostre società, strette tra sfide geopolitiche, climatiche, demografiche e tecnologiche senza precedenti? I pessimisti evocano la fine della democrazia. L’editorialista Edward Luce, sul «Financial Times» il 28 luglio 2025, ha scritto: «Il liberalismo occidentale continua a trovarsi in una fase di regressione», e poi aggiunge in maniera interrogativa: «Il fatto che le cause del malessere del liberalismo occidentale siano molteplici rende più difficile porvi rimedio».
Altri si interrogano sulla pertinenza del liberalismo, se non addirittura sulla sua nocività, tanto nella sua dimensione economica quanto in quella politica. Altri ancora cercano di non gettare via il bambino (il liberalismo politico a cui sono legati) con l’acqua sporca (quello economico). Al contrario, gli ottimisti – fra i quali mi annovero –, pur senza negare le molte difficoltà e insidie contemporanee, ritengono che questi ostacoli e pericoli non solo non siano mortali se le democrazie sapranno difendersi, ma rappresentino anzi uno stimolo ad adattarsi, cambiare, migliorare, riparare, progredire: ciò che la democrazia e il liberalismo hanno sempre saputo fare con competenza e flessibilità.
Non si tratta di concetti cristallizzati, bensì di principi generali capaci di duttilità e di elasticità. La celebre battuta di Winston Churchill, «La democrazia è il peggior sistema di governo, eccezion fatta per tutti gli altri», non è solo una provocazione; dice molto della natura viva e contraddittoria di questo sistema. Quanto al liberalismo, nonostante le apparenze e in particolare il declino dei partiti che ad esso si richiamano, la sua vittoria e superiorità risiedono nel fatto che la sua eredità è stata ampiamente assorbita da ideologie avversarie, al punto che, come sottolinea Michael Freeden, «è diventato invisibile sia ai suoi sostenitori sia ai suoi detrattori».
L’esempio delle Dichiarazioni dei Diritti ne è un’illustrazione lampante: esse sono per la maggior parte l’espressione pura del liberalismo della fine del xviii secolo. Eppure, tutti i partiti di sinistra nei sistemi democratici contemporanei vi fanno riferimento come a testi sacri. Il liberalismo, come la democrazia, è pieno di difetti e imperfezioni. Ma sì, essi sono insostituibili e possono sopravvivere a difficoltà, anche drammatiche, come dimostra la loro storia.
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