Cultura

«La democrazia è fragile e in forte crisi, ma non significa la sua fine»

Tre giorni di riflessioni sul nostro difficile tempo partendo dal pensiero di papa Paolo VI
Lo storico intervento di Paolo VI alle Nazioni Unite il 4 ottobre 1965 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Lo storico intervento di Paolo VI alle Nazioni Unite il 4 ottobre 1965 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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«La democrazia rappresenta un fatto umano di prim’ordine, tale da produrre nell’educazione e nello spirito del popolo un senso morale di altissimo valore. La democrazia dev’essere sostenuta da un vigoroso e rigoroso senso morale. Dev’essere una legge non tanto imposta quanto vissuta, un risultato della coscienza collettiva». Sono le parole dell’allora arcivescovo di Milano, mons. Giovanni Battista Montini; era il 1961.

Durante la causa di canonizzazione, più volte è stato sottolineato come Paolo VI sia stato un papa con una «coscienza politica democratica matura». Proprio la questione della democrazia nella visione del santo pontefice bresciano è stato il tema del XVI Colloquio internazionale di studio che per tre giorni ha animato con riflessioni di altissimo livello (ognuna delle quali meriterebbe un approfondimento a parte) la vita dell’Istituto montiniano, promotore dell’iniziativa; ieri mattina a Concesio i due interventi conclusivi dei professori Marc Lazar e Jean-Dominique Durand.

Impegno

La storia dell’Istituto Paolo VI (e dei Colloqui) inizia poco dopo la morte di Montini, si sente fin da subito la necessità di non disperdere e valorizzare il pensiero di un gigante del Novecento, e della storia dell’umanità. «Quando nel 1980 si stava organizzando il primo Colloquio internazionale di studio – ha raccontato il cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio –, il comitato scientifico ed esecutivo dell’Istituto fu ricevuto da Giovani Paolo II, il pontefice polacco ebbe parole di grande elogio per l’eredità lasciata da Montini in vari campi, aggiunse tre esortazioni: "Studiate Paolo VI con amore. Non sempre, nel corso della sua vita, egli fu compreso, ha conosciuto la Croce. L’amore è allora un atto di riparazione dovuto alla sua memoria, oltre che un aiuto potente a penetrare lo spirito per meglio comprenderlo; studiatelo con rigore scientifico. La verità renderà sempre giustizia a quel grande papa, che di verità e di sapienza inondò per 15 anni il mondo intero; studiatelo con la convinzione che la sua eredità spirituale continua ad arricchire la Chiesa". L’Istituto Paolo VI in tutti questi anni è stato fedele a questa consegna con alto spessore culturale».

Il cardinale Giovan Battista Re durante il suo intervento all'Istituto Paolo VI di Concesio © www.giornaledibrescia.it
Il cardinale Giovan Battista Re durante il suo intervento all'Istituto Paolo VI di Concesio © www.giornaledibrescia.it

Tre anni fa il Comitato scientifico aveva scelto come tema «La questione di Dio in un’epoca di crisi. Giovanni Battista Montini e la cultura religiosa tra le due guerre mondiali», con l’intento anche di valorizzare il Carteggio montiniano (un patrimonio sterminato che con grande impegno l’Istituto Paolo VI sta pubblicando e rendendo quindi pubblico) degli anni Venti e Trenta e il dialogo con la cultura e la società del tempo documentato, appunto, in un fitto scambio epistolare.

Il Colloquio di quest’anno, come ha sottolineato don Angelo Maffeis (presidente dell’Istituto Paolo VI) «si colloca nella medesima linea e intende spingere avanti la ricostruzione storica, mettendo in luce come Giovanni Battista Montini si sia misurato con il tema politico. La questione della democrazia rappresenta infatti il prisma attraverso cui si è sviluppata la visione teorica della società e ha preso forma il giudizio montiniano sulle configurazioni della vita sociale che si sono succedute nel tempo e delle quali è stato attento osservatore e testimone».

«Paolo VI ha molto da insegnarci anche quanto riguarda il tema di questo colloquio, la democrazia – ha sottolineato il cardinale Re –. In questo campo egli deve molto all’educazione ricevuta in famiglia, che lo ha predisposto alla riflessione su questo tipo di argomenti. Nella sua casa si davano convegno ecclesiastici e laici che venivano a ragionare con il padre del futuro pontefice, Giorgio era giornalista apprezzato e uomo politico. Conversando insieme vagliavano idee, progetti e iniziative; discutevano di fermenti sociali e politici e cercavano di interpretare le profonde esigenze della società alla luce del Vangelo».

Analisi

Le riflessioni di Montini sono fondamentali anche per riflettere sull’oggi, un tempo, come ha spiegato Lazar che sta vivendo la crisi delle democrazie.

Lo ha sottolineato anche papa Leone XIV nella sua prima intervista: «Se guardiamo a molti Paesi del mondo di oggi, la democrazia non è necessariamente la soluzione perfetta per ogni cosa». Insomma, il dibattito è ampiamente aperto. Alcuni dati illustrati da Lazar sono sufficienti ad aprirci gli occhi sulla situazione mondiale. Uno studio pubblicato dal settimanale britannico The Economist spiega che le «democrazie complete» rappresentano solo il 15% dei 167 Paesi studiati (il 36% dei quali sono regimi autoritari) riunendo solo il 6,6%della popolazione mondiale. Ma come si vive in quelle «democrazie complete»? L’Italia è ovviamente, una di quelle. Ebbene, ha spiegato Lazar (che nel suo intervento ha fatto un parallelo con la Francia), «il 62%degli italiani ritiene che la democrazia non funzioni bene».

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Marc Lazar: «La democrazia è in crisi»

E ancora, come per chi vive Oltralpe, «gli italiani ritengono i loro leader corrotti, arroganti, distanti da loro e dalle loro preoccupazioni, insensibili, incapaci e inefficaci», avvertono inoltre «un profondo malessere culturale e identitario». Sia in Francia (dove Emmanuel Macron vive un «record di impopolarità») che in Italia (dove la premier Giorgia Meloni «gode di una popolarità piuttosto forte»), c’è una maggiore richiesta di autorità, «tuttavia questo non significa in alcun modo, e nemmeno il desiderio, dell’autoritarismo;italiani e francesi vogliono leader forti ma sotto controllo» ha precisato il professor Lazar. Le sfide del tempo sono gigantesche: «La guerra è di nuovo in corso sul suolo europeo, la minaccia russa incombe, l’amministrazione Trump vuole disintegrare l’Unione europea, i populisti sono in una dinamica ascendente». I nostri leader politici sono all’altezza? Si è chiesto Lazar; applauso sincero quando ha detto che «il presidente Sergio Mattarella è l’unico grande leader europeo».

Democrazia in crisi, ma non certo da buttare, anzi. Lo ha precisato con chiarezza il professor Andrea Riccardi: «Avvertiamo l’urgenza di rafforzare la democrazia in questa condizione generale di fragilità e in questa globalizzazione dimezzata. Ma l’urgenza non si risolve in fretta o con un allarme. Del resto la fragilità della democrazia non è l’inizio della fine di essa, come invece avviene nei regimi autoritari, che fanno della forza la loro divisa e che si sbriciolano se fragili. La democrazia sa comporre le fragilità. L’urgenza democratica spinge a un lavoro di recupero della matrice morale, storica, culturale, religiosa di cui la democrazia ha bisogno; spinge a ritrovare le forme sociali in cui si esprime un popolo».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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