L’orrore, l’orrore… Come ci si poteva aspettare, lo shock determinato da «Naza» è paralizzante. Girata di notte, sui tetti di Tel Aviv, l’opera non fiction firmata dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor (due degli autori di «No Other Land», Premio Oscar per il miglior documentario 2025), aggiunta nel concorso soltanto ad agosto inoltrato, rivela attraverso le testimonianze di agenti dell’Intelligence (protetti da accorgimenti digitali che ne alterano sembianze e voce) i sistemi con cui vengono organizzati gli attacchi a Gaza.
Il titolo riprende un acronimo usato per indicare la stima delle vittime civili delle offensive, che come lo spettatore scopre con incredulità crescente durante gli 80 minuti del film, sono pianificati in maniera asettica, come se si trattasse di un videogioco in cui è contemplata l’eliminazione di ogni palestinese (compresi i bambini), e dove l’IA decide, anche con una certa autonomia, se colpire un edificio o altro. Meglio ancora se di notte, quando le vittime sono senz’altro di più; d’altronde telefoni spia, predisposti in tempi non sospetti, permettono di ascoltare (talvolta vedere) se l’obbiettivo è in casa e poi colpire senza nessuno scrupolo morale: se un capo di Hamas da eliminare costa la morte di una famiglia vicina di casa con vari minori, poco importa, c’est la vie.
Disumanizzazione
In conferenza stampa, Abraham e Szor richiamano una scena in cui un ufficiale in preda ai dubbi (uno dei pochi, in verità, perché altri non mostrano tentennamenti rispetto a quella che ritengono una sacrosanta missione) si esprime così: «Penso da sempre che i nazisti siano il male. E allora io cosa sono?». Per poi spiegare: «Viene in mente Primo Levi quando, a proposito della Shoah, parlava di disumanizzazione, di un essere umano che diventa non umano». Abraham e Szor articolano più compiutamente il loro pensiero: «Ci sono tante differenze, naturalmente, tra l’Olocausto e quello che succede a Gaza. Ma una cosa coerente in questi casi è la questione della responsabilità e della giustizia, pilastri che sono fondamentali per poter andare avanti. Quello che è certo è che gli schemi di deumanizzazione sono simili».

Alla domanda sul perché non abbiano confermato la squadra che ha ottenuto l’Oscar con il lavoro precedente, Abraham risponde con ironico pragmatismo: «Se i nostri colleghi palestinesi avessero tentato di contattare l'Intelligence israeliana, potete immaginare quello che sarebbe successo: sarebbero stati arrestati oppure uccisi, come è accaduto ad oltre 200 giornalisti a Gaza. In quanto israeliani, noi abbiamo una indubbia posizione di privilegio e ci possiamo relazionare con questo sistema a cui pure ci opponiamo, perché crediamo sia ingiusto».
Chiamata in causa
«Naza» è un film che chiede al pubblico non tanto di commuoversi (l’impianto drammaturgico scarno e la narrazione quasi fredda non mirano evidentemente a ciò) quanto di sentirsi chiamato in causa. Ma i registi sono estremamente cauti sugli effetti pratici (in patria, ancor più che all’estero) delle loro rivelazioni: «Non pensiamo proprio che possano essere un Watergate per Netanyahu. Il muro della negazione in Israele è troppo spesso e resistente, per riuscire ad attraversarlo. Tanto più che il tema della strage di palestinesi, di cui parliamo nel film, non è nemmeno sul tavolo delle imminenti elezioni in Israele».



